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L’accoglienza vista da Catania e Siracusa

di Lorenzo Scalchi

Questa lettera è apparsa sul numero di aprile della rivista Gli Asini, rivista diretta da Goffredo Fofi che tratta tematiche d’educazione e d’intervento sociale. Ringraziamo gli amici della rivista per averci permesso di pubblicarla.

Febbraio 2017 – Vi scrivo questa lettera dalla Sicilia, da alcuni territori d’immigrazione. Del fenomeno si parla molto, ma credo che occorra insistere. L’opportunità che il dibattito pubblico si “corrompa” può avvenire da un’esplorazione più accurata dei luoghi o da un ascolto delle opinioni di chi vive la scena, ma non può raccontarla. Non mi riferisco solo ai migranti, ma a tutti quei testimoni delle operazioni d’accoglienza che vorrebbero dire qualcosa, ma non possono farlo. Vi propongo, dunque, qualche pensiero-ponte.

Vivo da sei mesi tra Siracusa e Catania, città rivolta al mare la prima, porta d’entrata per il continente la seconda. Nell’intermezzo l’autostrada e la ferrovia sono frequentate da un formicolare di pendolari: avanti, indietro. Ne riconosco alcuni. Moltissimi sono siciliani trasferiti sulla costa orientale. Altri, come me, vengono dal nord. È curioso che alcune dinamiche migratorie, quelle dal mare, da sud, quasi di riflesso ne attivino altre, da nord.

Questo incontro racconta la Sicilia di oggi, territorio che percepisco come estremamente sismico. Molti architetti sociali – dagli esperti ministeriali, ai municipi locali, ai notabili, ai professionisti – da anni sviluppano tecniche di controllo e di gestione del rischio. Si dice che un tempo fossero le grandi imprese fordiste ad attirare i flussi migratori. Oggi i migranti sono uomini e donne in mobilità permanente, accomunati, come scrivono alcuni antropologi, dall’essere gruppi sociali liberi da legami normativi: né , né qui. Si appoggiano su più antichi sentieri migratori, che seguono con desiderio d’affermazione personale. In questa liberazione, in questa mobilità, ecco che alcune identità si creano. Il gioco dei cattivi lo fanno, di conseguenza, le protezioni difensive, i muri, i centri di contenimento. Strumenti politici che, a loro volta, ricreano sulla “sicurezza” domande e offerte di lavoro.

Vi confido un rammarico: solo pochi, tra noi, considerano doveroso, moralmente e politicamente, riflettere su ciò che le migrazioni provocano in termini di trasformazioni politiche, sociali o economiche. Ciò di cui sono certo è che i discorsi più innovativi emergono non tanto dai sostenitori dell’idea – la più diffusa – che tratta la migrazione solo attraverso l’impatto delle istituzioni sugli individui (impatto auspicabile e sicuro per alcuni, molti, più a destra, disumanizzante e violento per altri, più a sinistra). La vera svolta si origina quando approfondiamo i modi in cui il migrante definisce e ridefinisce le istituzioni in cui s’inserisce. Corrompiamo il nostro sguardo! è l’inevitabile messaggio – quasi un manifesto – che proviene da chi lavora seriamente e duramente dai luoghi che osservo dall’interbus Siracusa-Catania.

Sulla costa ionica la quotidianità di molti – di tutti? – s’è colorata di tensioni. Qui è come altrove: nel nordest friulano, sulla linea occidentale Como-Ventimiglia, attorno ai confini balcanici. Tuttavia, in Sicilia le circolazioni via mare, a differenza di quelle di terra, a un certo punto si bloccano, scontrandosi con una rete che dal momento dello sbarco si attiva istantaneamente, coniugando forme d’aiuto e di potere. Se il discorso pubblico tende a esaltare solamente l’aspetto dell’umanità, a me preoccupa riflettere su un sistema basato sulla naturale diseguaglianza tra chi dà e chi riceve. L’umanitario si addensa lungo la costa siciliana, da alcuni luoghi che della rete rappresentano i nodi. Sono le banchine portuali, i centri d’accoglienza, trattenimento, espulsione e, infine, il Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). A questi luoghi topici si aggiungono questure, commissioni, tribunali, servizi sociali, altri uffici comunali, reparti ospedalieri, procure, carceri, studi legali. E il viavai di pendolari pulsa regolarmente tra questi grovigli, spostandosi freneticamente da una città all’altra.

I migranti che approdano dallo Ionio sono accolti presso tre banchine principali: Augusta, Catania e Pozzallo. Le operazioni di sbarco – interminabili – consistono in tre fasi: lo sbarco vero e proprio – dove i migranti sono marchiati con un braccialetto al polso – il triage sanitario e il prelievo delle impronte per il fotosegnalamento. Da Catania i migranti sono trasferiti in strutture di prima o seconda accoglienza, in base al livello di confusione del sistema. Ad Augusta, invece, esiste un campo di permanenza temporanea. In questi luoghi, denunciano diversi operatori, i migranti vivono situazioni potenzialmente ritraumatizzanti. Sistematiche sono le estorisioni per il prelievo delle impronte ai fini del fotosegnalamento per il sistema EURODAC, segnalano la campagna LasciateCIEntrate (Rapporto 2015) e Medici Senza Frontiere. D’altra parte come sarebbe possibile controllare gli agenti degli spazi d’eccezione, in cui l’architettura è composta da cancelli, reti e sbarramenti visivi? A Pozzallo, il sistema hotspot prevede anche il trattenimento amministrativo prolungato. L’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo scrive di “pressioni fisiche sulle persone che si rifiutano di rilasciare le impronte, con conseguenze devastanti sul clima all’interno degli hotspot.”

La presenza della rete va, tuttavia, ben oltre ai confini di questi campi. La polizia lascia molti uomini sulle strade. Oppure, sono le persone stesse a scappare, col benestare degli agenti. Qualche mese fa, un avvocato catanese mi raccontava come pochissimi centri d’accoglienza, soprattutto per minori, rispettino le idoneità di legge. Ciononostante, un decreto ha permesso ai prefetti di disporre inserimenti di persone in strutture nelle more del regolamento regionale e, forse, nazionale. Ciò significa che la maggior parte dei luoghi della ”accoglienza” non garantiscono i criteri minimi di vivibilità in termini di spazio, igiene, soddisfacimento dei bisogni primari. Non si può che provare rabbia, profonda.

Eppure la rappresentazione dominante del migrante oppresso non dice molto del fenomeno delle migrazioni. Non rende conto delle risorse personali che anche nelle condizioni più critiche la persona riesce a mobilitare. Estate 2016: nei pressi della stazione centrale di Catania un consistente numero di minori africani si accampa sulle strade, notte e giorno, a piccoli gruppi. La migrazione di questi ragazzi, per lo più eritrei dichiaranti l’età di 15-18 anni, è un fenomeno che preoccupa. In un incontro con alcuni di essi comprendo un desiderio collettivo di raggiungere altri stati europei, Germania e Regno Unito in primis. In molti arrivano a Catania con un mediatore che li aspetta; i miei interlocutori, invece, devono arrangiarsi cercando in loco facilitazioni e informazioni. Vedendo in me un bianco curioso, non esitano a chiedere ciò che è per loro più necessario: il cellulare per qualche chiamata e un servizio d’intermediazione finanziaria. Si tratterebbe di recarsi a uno sportello Western Union, lasciare un documento – che nessuno ha – pagare il servizio e consegnare all’operatore un codice di ricezione inviato da un parente lontano, che corrisponde a una somma di denaro già in circolo. Il secondo obiettivo, ottenute le banconote, è di dirigersi agli uffici delle compagnie d’autotrasporto, con il frasario italiano-tigrino consegnato allo sbarco da una ong italiana. Nella brochure vedo una mappa scarabocchiata a penna. Leggo nomi e segni: “Pozzallo – freccia – Catania – freccia – Roma, cerchiata – freccia – Milano, cerchiata”. Non serve un documento d’identità per il biglietto dell’autobus. I più fortunati giungono a Milano in 24 ore. Mi chiedo quanto si tratti di fortuna, quanto d’incoscienza da vittima del traffico della mobilità e quanto di capacità di comprensione e di adattamento alle falle del sistema.

Vi svelo una certa fascinazione per il quartiere della stazione di Catania: è uno di quei luoghi in cui si comprende l’importanza della mobilità e dei legami d’affinità. «È fratellanza» – mi confiderà un amico maliano – che si consuma nel giro di una notte. Poi, addio per sempre. A forza di considerare i migranti come vittime e le migrazioni come tutte uguali, rischiamo di non capirci davvero nulla. Ma soprattutto: rischiamo di fare il gioco di chi ha bisogno di trattarli allo stesso modo, secondo codici alfanumerici.

Moustafà, senegalese, 16 anni. Vuole diventare calciatore come Drogba o Eto’o. Il suo desiderio d’essere rappresenta un progetto economico, iniziato in Africa e composto da andate e ritorni tra Senegal e Marocco, deviando per l’Algeria e infine la Libia. Ora è scappato da un centro di prima accoglienza (CPA) del remoto paese di Castiglione. Dopo cinque mesi, non ha ancora un permesso di soggiorno, come la maggior parte degli ospiti di questi centri. Decide di rifugiarsi nel capoluogo etneo pensando d’entrare in un altro campo più vicino alla città. Campo è per lui quello che l’antropologo Michel Agier descrive come un (non)luogo caratterizzato dall’ extraterritorialità, ai limiti dello spazio pubblico urbano, dall’ eccezione, in cui ogni speranza di uguaglianza civile e politica risulta sospesa, e dall’ esclusione, spazi che concorrono nella definizione di nuovi soggetti della marginalità. La fuga volontaria dal CPA è una prassi comune ed è la conferma che l’individuo, nonostante i vari tentativi di contenimento e controllo attuati dal sistema, può trovare le risorse per affermare se stesso e il proprio progetto migratorio. Tuttavia, non tutti riescono a fronteggiare la propria condizione di sofferenza, dovuta tanto alle esperienze di vita vissuta quanto alla condizione di sopravvivenza cui il sistema dell’accoglienza, nel suo essere in alcuni casi anche iatrogeno, costringe.

Il mio amico Sahid, come molti, invece, ha viaggiato da primogenito. Maliano, 22 anni, conosce Catania da 3 anni e, soprattutto, conosce la vita sulla strada, che qui significa quotidianità nel quadrilatero tra p.zza Giovanni XXIII, via Martiri della Libertà, via Crispi e via VI Aprile. «Amico, ieri c’è stato uno sbarco, i centri sono pieni e non potresti mai entrarci. Moustafà, torna da dove sei venuto. Per un africano vivere sulla strada è pericoloso, fa freddo, non hai vestiti e c’è molta violenza. Almeno lì puoi mangiare e dormire. Lo so che è difficile vivere senza far niente, ma non devi credere a quello che si dice: che puoi fare tutto subito. La verità è che tutto è lento. Devi aspettare. Tutto è difficile perché tutto è lento».

Sahid dal 2015 è ospite SPRAR, programma finalizzato all’integrazione sociale dei migranti, la cui gestione è affidata a enti locali e del terzo settore. «Ospiti li chiamiamo. Perché vorremmo che percepissero la precarietà del momento, così non si adagiano» precisa un operatore. Lo SPRAR è composto da piccoli centri, che operatori e migranti chiamano comunità, quasi a indicare una convivenza legata da uno scopo. Per sei mesi – con eventuali proroghe – si erogano servizi d’inserimento socio-economico e la routine è intensa: apprendere l’italiano, ottenere un certificato d’istruzione, cercare lavoro, un tirocinio o orientarsi tra le agenzie interinali, creare il CV, distribuirlo, pensare alla propria situazione legale, fare accertamenti sanitari, impegnarsi per la comunità. I successi ci sono e alcuni trovano un buon impiego. Altri non reggono questo ritmo snervante che regola ogni sfera del quotidiano. Le proteste riguardano la preparazione del cibo, eseguita dagli enti gestori o dal catering, e la limitata distribuzione di denaro (€ 45 al mese e il resto all’uscita dal progetto). Il cibo e il denaro sono due elementi fondamentali, per loro, per noi, per tutti. Se il primo è un elemento d’identità culturale nel processo migratorio, poiché evocatore di legami viscerali con la propria terra madre, il secondo è uno strumento emancipatore e di soddisfacimento dei propri bisogni fondamentali. Spesso si sottovaluta il valore dell’alimentazione e dei pasti esternalizzando il servizio a prescindere dagli effettivi beneficiari. Così come si fraintende il valore del denaro, forti del pregiudizio culturale, tipico della logica assistenzialista e dell’integrazione unilaterale, che vuole i poveri incapaci di gestire la moneta. Tra gli effetti c’è il rischio di costringere la persona a uno stato di stigmatizzazione finanziaria, ancor più grave in un mondo sempre più finanziarizzato. Mi chiedo, quindi, quale sia il senso di spendere anima e corpo per l’integrazione, quando le sue regole non si dimostrano capaci di interrogare e comprendere le attuali migrazioni.

In questi luoghi è molto facile perdere di vista i soggetti.

Sahid, come molti, è un diniegato: domanda d’asilo rigettata. Ha fatto ricorso e nel frattempo gli è concesso di rimanere nello SPRAR. Non è più resistente come prima: comincia a soffrire, nella mente e nel corpo. I tempi si allungano e mi confida di sentirsi in gabbia. Risponde cercando lavoro. Un immigrato maliano – che non è un mauriziano, un cingalese o un senegalese con reti di connazionali a disposizione – non può che cercare tra gli auto-lavaggi, come lavapiatti o nei magazzini interrati di qualche bottega. I salari si aggirano sui 40-70 euro ogni tre giorni, full-time. Sahid è impegnato a creare legami con persone nella sua condizione. Trascorre, per distrarsi, molte ore sul lungomare pedonale accanto alla stazione centrale di Catania: «Amo questo posto perché posso riposare, vedere il mare, prendere il sole e scambiare qualche parola con i fratelli africani». Di giorno questo spazio è suo, è loro, divenuto territorio perché frequentato con regolarità da una collettività che lo percepisce bello e importante. Di sera, per i neri il luogo si trasforma. «Tu che sei un bianco non puoi capire – dice Sahid – perché vedi solo kebab e luci dei bar. Un nero vede altro». Conosco Sahid da tre mesi. Non passa giorno che non denunci la distanza sociale con gli “italiani”, i “catanesi”, i “bianchi”. Racconta violenze, intimidazioni, tentativi d’abuso che rendono le strade di Catania pericolosi emblemi di diseguaglianza.  Un po’ desideroso di definirsi liberandosi dalle regole imposte, un po’ testimone di violenze simboliche e discriminazioni razziali che io, da bianco ingenuo, non vedo, Sahid dice molto sulla nostra società, su ognuno dei suoi membri. Nessuno assolto.

Parliamo dunque di noi e con una certa urgenza! Vi chiedo, e mi chiedo, se anche noi, uomini e donne gentili – che cercano una reciprocità con l’Altro – potremo interagire con queste persone e in questi luoghi quando non sappiamo nemmeno definire i soggetti! A forza di seguire una società che definisce, rischiamo di essere solo spettatori, non più capaci di comunicare fatti e impressioni. Sappiamo che azioni concrete e intelligenti sono necessarie, ma come fare?

Forse, per uscire dall’impasse, è necessario rovesciare la prospettiva. Invece che definire, lasciamoci contagiare da altre categorie e proviamo a comprendere così il nostro turbamento.

[Fotografia di Marco Carmignan: profilo instagram su http://bit.ly/2osdnu4]