Idomeni

un viaggio tra diritti negati e jungle

Idomeni: un viaggio tra diritti negati e jungle

A meno di quaranta giorni di distanza, la staffetta #OverTheFortress torna ad Idomeni, al confine greco-macedone. La situazione sembra cambiata, da un punto di vista logistico lo è. Ma nella sostanza la violazione sistematica del diritto d’asilo persiste, perpetrata alle porte della Fortezza Europa sotto gli occhi semichiusi degli organismi di controllo internazionali (primo fra tutti l’UNHCR, la cui operatrice in loco demanda la responsabilità di una mancata azione di advocacy alla sede centrale, con cui ci rivela non esser in stretto contatto).

Nel punto di attraversamento del confine, aperto apposta per le centinaia di persone che ogni giorno transitano tra i due Paesi, non esistono più accampamenti. Le uniche tende sono quelle montate lungo i binari del treno – ancora in uso -, che collegano il punto di passaggio e selezione con l’area in cui le persone vengono fatte scendere dalle numerose corriere in arrivo. I pullman sono gestiti da compagnie private, almeno una decina, ed accompagnano al confine i migranti in arrivo da varie isole della Grecia (Lesbo, Mitilene, Kos, Samo), giunti in traghetto fino a Kavala o ad Atene. I prezzi del viaggio fino a Idomeni variano tra i 30 e i 60 euro, in base al punto di partenza, alla tratta e all’offerta della compagnia scelta. Un ragazzo ci parla anche di “tourist offices” presso i quali i migranti si rivolgono per l’acquisto del biglietto.

Tappa obbligata prima di giungere ad Idomeni, è ancora la stazione di servizio EKO nei pressi di Polykastro, dove i pullman si fermano in sosta, in attesa che il traffico al confine venga smaltito. Giunte sul confine, le persone scendono dalle corriere e si incamminano parallele ai binari incalzate dagli agenti di polizia greca, approfittando al volo di quanto offerto nelle tende dei vari operatori internazionali: UNHCR, Médicins Sans Frontières, Praxis, Arxis insieme a Save the Children sono le realtà che siamo riusciti ad individuare, sebbene ci sia da interrogarsi sul senso della presenza di alcune queste.

Accanto a questi, un gruppo di volontari internazionali indipendenti (soprattutto tedeschi e inglesi), gestiscono una tenda di raccolta e distribuzione di capi d’abbigliamento e scarpe, molto apprezzata da tutti date le rigide temperature, ma soprattutto da quelle persone di “nazionalità sgradita”, che necessitano più di altri di indumenti caldi e coperte per sopravvivere nei giorni a seguire.

Infatti, tutti coloro che non sono Siriani, Iracheni o Afgani, come succede ormai da un paio di mesi, in Macedonia non possono entrare e vengono, dunque, bloccati al confine.
Alcuni di questi, allora, tentano di fuggire nei campi onde evitare di dover prendere nuovamente il pullman diretto ad Atene e di spendere ulteriori soldi, allontanandosi dalla meta. Di solito le famiglie non osano questa strada, perché troppo rischiosa e pericolosa. Chi riesce a fuggire si rifugia poco lontano nella cosiddetta jungle, uno spazio di informalità e precarietà che raccoglie tutti i “respinti”.

La jungle in questione è un bosco alle spalle di una stazione di servizio all’altezza dell’Hotel Hara, un albergo che funge da punto di ritrovo di trafficanti di ogni nazionalità e da punto di ristoro per chi può permetterselo. Al riparo di alcuni ruderi nascosti tra gli alberi, le persone si scaldano attorno a fuochi accesi con i materiali più vari e bruciano paglia sparpagliata sul suolo. L’aria è densa di fumi pesanti, le persone sono in attesa di riprovare a passare al confine o del “momento giusto” per partire.

Un viaggio organizzato dai trafficanti costa circa 800 euro e prevede un primo tratto di strada a piedi in direzione est e poi un passaggio in autobus fino a Belgrado, come ci racconta un ragazzino marocchino che al momento della partenza ci lascia entusiasta il suo contatto FB. “C’est le bon moment” afferma: in quattro giorni era a Belgrado e in altri quattro già in Germania.

La jungle è solo l’ennesimo spazio di separazione e selezione arbitraria, in cui solo i
volontari indipendenti e l’unità mobile di MSF portano qualche forma di aiuto a coloro che ci vivono. Le selezioni per nazionalità iniziano già nelle isole greche di approdo, dove le persone vengono identificate (rilasciano impronte digitali) e viene dato loro un permesso di soggiorno temporaneo sul territorio greco di 30 giorni entro i quali lasciare il Paese o formalizzare la richiesta d’asilo.

Da questa prassi sono escluse le persone che provengono dall’Algeria e dal Marocco, in particolar modo queste ultime spesso vengono trattenute d’ufficio in centri detentivi come quello di Corinto, anche qualora di fatto in possesso di un documento in corso di validità. Chi proviene dal Pakistan, dall’Iran o dalla Palestina, pur non essendo tra i prescelti, gode di una maggiore libertà di movimento.

Questa piramide del diritto non fa altro che acerbare le rivalità, permettendo che le famiglie afghane o irachene siano lasciate dopo quelle siriane, pur sempre prima dei single, che a loro volta hanno comunque più diritti di un neonato pakistano.

La rotta balcanica, giorno dopo giorno, assume l’aspetto di una maratona in cui i diritti non sono ammessi a concorrere.

Foto di Francesca Zanier.

Tratto da “Idomeni: un viaggio tra diritti negati e jungle” di Francesca Carbone e Angela Lovat, Ospiti in arrivo, staffetta #overthefortress, pubblicato qui da MeltingPot Europa