AGOSTO / Serbia / Testimonianze dalla Balkan Route

8 settembre 2016

AGOSTO / Serbia / Testimonianze dalla Balkan Route

di Paola Tracogna

A metà agosto, mentre l’attenzione dei media mainstream continuava ad essere puntata su Ventimiglia, Como e la situazione in Turchia, Ospiti in Arrivo ha deciso di partire per un viaggio di monitoraggio lungo le zone di transito al confine serbo-ungherese per poi ridiscendere fino a Belgrado, tappe della Balkan Route, ormai data per morta, su cui poco o nulla trapelava, se non in riferimento alle politiche di Orbán. Un viaggio a ritroso lungo la principale rotta serba che da Belgrado porta in Ungheria, percorsa negli ultimi mesi da centinaia di migranti. Un viaggio dove quello che abbiamo potuto registrare ancora una volta è il fatto che la rotta balcanica non si è mai chiusa, nonostante le politiche di contenimento e respingimento attuate dagli Stati nazionali e il fallimentare accordo UE-Turchia, che altro non hanno fatto se non alimentare reti di trafficanti di esseri umani sempre più forti e organizzate. Oggi, come due anni fa, esiste, è vero, un’emergenza. Un’emergenza di carattere puramente umanitario data dalle condizioni in cui queste persone compiono il viaggio dai propri paesi per raggiungere l’Europa e dalle condizioni disumane in cui vengono trattenute  per mesi alle diverse frontiere.  In Serbia come in Grecia, a Ventimiglia come a Calais. 

 

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La situazione sul confine serbo-ungherese a luglio. La rotta da Belgrado 

Sono oggi centinaia i migranti e i richiedenti asilo bloccati in Serbia, imbottigliati nelle zone di transito di Kelebija e Horgos, sul confine serbo-ungherese, costretti a condizioni di vita disumane.

Sebbene la rotta balcanica sia stata data, a inizio marzo, definitivamente per chiusa, i migranti, provenienti dalla Grecia e dalla Turchia, non hanno mai smesso di attraversare i confini con la Bulgaria e la Macedonia e spingersi, dopo aver attraversato la dorsale balcanica serba, verso nord al confine ungherese nella speranza di poter proseguire il proprio viaggio.

Negli ultimi mesi a Belgrado si sono registrati dai 200 ai 300 nuovi arrivi al giorno. Dalla capitale serba, dopo aver fatto sosta per qualche giorno, i migranti ripartono per raggiungere la provincia di Subotica, dove sono attualmente presenti tre campi: il campo governativo di smistamento alla periferia di Subotica e i due campi informali di transito di Horgos e Kelebija ai valichi di frontiera con l’Ungheria. (Agli inizi di luglio, nei tre campi, vi erano complessivamente circa 1200 persone: 200 a Subotica, 300 a Kelebija e 700 a Horgos; un numero che a seguito dei respingimenti ha subito una variazione al rialzo a fine luglio, per poi iniziare a scendere a partire dalle prime settimane di agosto)

Dalla chiusura delle frontiere croate a inizio marzo, questi due ultimi campi sono rimasti, infatti, le uniche vie d’accesso per l’attraversamento legale del confine. Ogni giorno, il governo ungherese autorizza il passaggio di trenta persone, quindici dal campo di Kelebija e quindici dal campo di Horgos. Tuttavia, l’aumento dei flussi, unito alle condizioni disumane nei campi di transito, all’incertezza dei tempi d’ingresso e alla possibilità di essere comunque respinti, soprattutto nei casi di maschi soli, ha spinto centinaia di persone a tentare l’attraversamento illegale del confine.

Una situazione quest’ultima a cui il governo magiaro di Orbán, non ultimo in quanto a violazioni del diritto d’asilo e del diritto internazionale, ha iniziato a rispondere da inizio giugno con una sistematica politica di respingimenti ai confini, fino ad arrivare a inizio luglio alla formalizzazione di tale pratica attraverso l’approvazione di leggi che autorizzano i poliziotti e i gruppi civili armati stanziati lungo il confine a respingere (con la violenza) chiunque venga trovato a 8 km dalla frontiera senza un valido documento.

La conseguenza è stata che un numero sempre maggiore di persone respinte si è trovato imbottigliato nelle zone di transito o ha fatto ritorno, dopo aver subito inauditi pestaggi da parte delle polizia ungherese, nella capitale serba in cerca di un aiuto e di un soccorso. Proprio da qui, da Belgrado, a fine luglio, è partita una lunga marcia di protesta e di speranza capeggiata da un gruppo di migranti per chiedere l’apertura dei confini. Dopo aver iniziato uno sciopero della fame nella capitale, un nutrito gruppo, formato da centinaia di afgani, pakistani, iracheni, si è diretto verso Horgos per rivendicare la libertà di movimento per i migranti. Qui, dopo aver continuato a rifiutare il cibo dei volontari per altri cinque giorni, circa 120 persone hanno accettato alla fine di essere trasferite dalle autorità serbe in alcuni campi profughi per avviare le loro richieste d’asilo.

Prima tappa: il campo di transito di Kelebija  

Il nostro viaggio inizia a Kelebija, una cittadina a ovest di Subotica, sul confine ungherese, dove, su una popolazione di circa 3000 abitanti, il 25% è oggi costituito da migranti e richiedenti asilo.  Mentre raggiungiamo il confine il nostro primo incontro è con i volontari dell’IHO, un’associazione umanitaria serba che, da circa due settimane, in seguito all’aggravarsi della situazione lungo il confine, a circa trecento metri dal valico di frontiera dove sorge l’accampamento, ha deciso di aprire uno spazio di aiuto e di attività, garantendo alcuni servizi come elettricità, connessione internet, docce e beni di prima necessità.

Nel campo, come ci spiegano i volontari, manca praticamente tutto e le condizioni di vita delle persone sono al limite della dignità umana. Allo stato attuale vi sono all’incirca duecento persone, di cui settanta sono bambini. Sono siriani, iracheni e nord-africani. A Kelebija non ci sono afghani e pakistani perché vengono tutti indirizzati nell’altra zona di transito, a Horgos. La situazione – ci raccontano – nell’ultimo periodo è andata progressivamente aggravandosi, soprattutto a causa dei respingimenti attuati lungo il confine dalla polizia ungherese nei confronti di coloro che ogni notte tentano di passare il confine illegalmente. Ci sono stati giorni, nelle ultime settimane, in cui i respingimenti hanno toccato la cifra delle 100-150 persone. Persone che hanno avuto spesso bisogno di un immediato primo soccorso. Attraversare il confine illegalmente significa, infatti, essere sottoposti alle violenze inaudite della polizia e dei gruppi civili armati ungheresi che monitorano costantemente il confine con i cani. Non fa testo essere uomo, donna o bambino: chiunque venga trovato a 8 km dalla frontiera senza un valido documento viene sistematicamente e brutalmente massacrato dalle botte delle polizia e dai morsi dei cani.

Ci spiegano che il motivo per cui molti migranti provano ad attraversare la frontiera illegalmente è legato soprattutto all’aumento dei flussi degli ultimi mesi, ma anche alle procedure d’ingresso e alle condizioni di vita nel campo. Le procedure per l’ingresso vengono regolate dalle autorità ungheresi attraverso un’apposita lista, dove le persone vengono inserite al loro arrivo da un responsabile, nominato a maggioranza all’interno del campo.  Da questa lista, ogni giorno passano quindici persone: significa accedere – attraverso dei tornelli posti sulle reti metalliche a ridosso del campo – in dei container blu, dove le persone vengono trattenute dalle autorità ungheresi 28 giorni prima di poter proseguire il loro viaggio. Talvolta si può essere anche respinti, soprattutto nel caso di maschi soli. Il periodo d’attesa può variare dalle due alle cinque settimane. Un periodo in cui le persone sono costrette a vivere in tenda, in un accampamento dove non ci sono servizi, se non due bagni chimici, vi è un unico accesso per l’acqua corrente, il terreno è cosparso di immondizia e i generi alimentari non abbondano. Per fortuna – ci dicono – “qui accanto c’è un minimarket e con la nostra presenza, insieme a quelle di altre associazioni di volontariato informali riusciamo a distribuire beni e cibo di prima necessità. A Horgos la situazione va molto peggio”.

Ogni giorno, da quando IHO ha aperto il suo spazio, sono stati registrati dai 35 ai 40 nuovi arrivi al giorno. Tra questi vi è chi è appena arrivato da Belgrado e chi, invece, è stato respinto alle frontiere. Tendenzialmente – ci dicono – chi ha subito più violenza tende a rientrare a Belgrado, dove si può trovare un maggior supporto e assistenza. Dalla capitale alcuni poi ci riprovano, magari affidandosi a qualche trafficante se hanno ancora soldi, altri, invece, decidono di entrare in qualche campo profughi serbo, avviando le loro richieste d’asilo. I viaggi con i trafficanti costano fino a 1000 euro a persona.

Nonostante le violenze sul confine, sono molti coloro che scelgono di rischiare l’attraversamento illegale delle frontiera. Sono soprattutto giovani maschi soli, ma in alcuni casi ci sono anche famiglie. Non vogliono seguire le procedure per l’ingresso  e non vogliono essere identificati dalla autorità ungheresi. Anche a Kelebija – ci dicono – esiste una rete di trafficanti, ma molti ormai non hanno più soldi per pagarsi il viaggio. Le persone si muovono la notte, di giorno restano nascoste nelle jungles informali disseminate in tutta la campagna per evitare che le autorità serbe le identifichino e le portino nei campi di transito o nei campi profughi serbi. Tutti vorrebbero proseguire il proprio viaggio e attraversare l’Ungheria per raggiungere gli altri paesi europei.

Respingere i solidali

Superando una cancellata, a qualche centinaio di metri dallo spazio allestito dall’IHO, e percorrendo un breve tratto di strada, si ha accesso al campo profughi.

Entrare nel campo di transito non è assolutamente facile. Pur trattandosi di un campo informale e aperto, per accedere è necessario disporre di un’autorizzazione rilasciata dal Commissariat for Refugees of Serbia. Il campo è costantemente monitorato da commissari governativi e chiunque venga trovato senza una valida autorizzazione viene immediatamente allontanato. Al secondo tentativo di accesso anche noi saremo allontanati dai commissari e riaccompagnati alla cancellata dalla polizia: “You can’t stay here if you don’t have a permission!”. Ogni giorno, tuttavia, solidali e volontari provano ad entrare nel campo, per portare un supporto umanitario e testimoniare le condizioni di vita miserabili in cui sono costrette le persone.

L’accampamento sorge a ridosso delle reti metalliche che separano il confine serbo-ungherese, proprio in prossimità del valico di frontiera. Sono presenti molte famiglie siriane, yazidi, in fuga  da guerra e da persecuzioni. L’atmosfera nel campo è tranquilla e nonostante le condizioni le persone cercano di viversi la quotidianità, auto-organizzandosi ed autogestendosi. Moltissimi sono i bambini, talvolta neonati. Dormono in tende da campeggio, ereditate da migrante a migrante, circondati da immondizia, senza docce e praticamente senza servizi igienici. Senza elettricità. Con un unico punto per l’accesso all’acqua corrente. Oltre le reti, i container blu, le “jails”, come le chiamano i migranti, dove le persone vengono trattenute fino a 28 giorni.

Nel campo ci sono i volontari di MEDU che offrono una minima assistenza sanitaria. Altre ONG di giorno distribuiscono vestiti e coperte. Il cibo viene invece distribuito ogni giorno da volontari informali.

Mentre attraversiamo il campo conosciamo diverse persone, famiglie. Ci sorridono, sono gentili e ci offrono quello che hanno con una dignità incredibile. Ci raccontano le loro storie, i loro viaggi, i problemi da cui sono scappati. A. è un ragazzo marocchino solo, vuole venire in Italia. È triste, stanco, non pensava che il viaggio sarebbe stato così difficile. Gli chiedo se ha voglia di scrivermi qualcosa su un foglietto.  Queste sono le parole che mi lascia:

Right now I am lost. I don’t know what to do, I don’t want to come back and I’m tired of keep going. I know it’s my bad luck. I escape from the troubles and I still found the troubles. I still remember my mum when she’s crying and I take a big hug from her, I miss her…

…too much pain…”

Si firma “clandestino”. Sorridendomi mi dice: “è così che ci chiamano in Italia, vero?”

La nostra visita a Kelebija la chiudiamo ritornando nel campo dell’IHO, dove costruiamo un castello di cartone. Un piccolo gesto per regalare un momento di evasione a chi più di tutti non dovrebbe trovarsi in queste condizioni: i bambini.

Quando lasciamo Kelebija ormai è buio. Ai bordi delle strade incrociamo numerosi gruppi di migranti.  Anche stasera in molti proveranno ad attraversare il confine.

Seconda tappa: Horgos

Arrivando a Horgos, la prima cosa che colpisce sono le segnaletiche stradali barrate con lo spray rosso e la scritta “Idomeni”. Trovare il campo non è facile. La zona di transito si trova vicino al punto di passaggio autostradale di Röskze  – Horgos, e per arrivarci bisogna percorrere circa due km di stradine sterrate. Accedere al campo è ancora più difficile che a Kelebija. Il campo si trova infatti in una posizione decentrata, a ridosso del filo spinato, eretto a cinque metri entro il territorio ungherese, ed è quasi impossibile accedere senza essere visti dai commissari che monitorano il campo.

Quando arriviamo anche noi veniamo immediatamente bloccati. Dopo qualche trattativa, tuttavia, i commissari ci concedono dieci minuti di tempo. Il tempo per addentrarci nel campo, sederci e scambiare qualche chiacchiera con alcuni ragazzi afghani, prima di essere nuovamente allontanati. È incredibile come la preoccupazione più grande delle autorità non sia la dignità delle persone, ma la solidarietà da respingere.

Anche qui, le condizioni di vita sono estremamente precarie. Mancano i servizi, le docce, l’elettricità, ma mancano soprattutto beni di prima necessità. Le autorità ungheresi ogni giorno distribuiscono infatti solo pane e qualche scatoletta di sardina o tonno. Chi vuole raggiungere il primo market deve percorrere oltre mezz’ora di strada a piedi.

Nel campo sono presenti dalle 300 alle 500 persone. Sono soprattutto afghani e pakistani. Vivono accampati in tende o in piccoli alloggi costruiti con rami e foglie. Alcune ONG provvedono alla distribuzione di coperte e vestiti e cercano di fornire un minimo supporto umanitario. Come a Kelebija, le autorità hanno vietato di costruire nuove tende o così ogni “alloggio” passa in eredità di migrante in migrante. Ogni giorno, secondo le stesse modalità dell’altra zona di transito, passano quindici persone.

Oltre le reti si vedono le “jails” o, meglio, le gabbie della vergogna.

Terza tappa: Belgrado, Afghan Park

L’ultima tappa del nostro viaggio è Belgrado, dove negli ultimi mesi si sono registrati dai duecento ai trecento nuovi arrivi al giorno. Un numero sempre crescente di persone è riuscito infatti negli ultimi mesi ad attraversare illegalmente i confini con la Bulgaria e la Macedonia, sfruttando reti di trafficanti sempre più organizzate. C’è chi ha pagato fino a 3000 euro per riuscire ad arrivare dalla Grecia a Belgrado.

Un flusso continuo da sud in lenta e inesorabile crescita che si è scontrato con un lentissimo e debolissimo flusso in uscita a nord, sul confine ungherese, dove ogni giorno passano legalmente solo trenta persone.  Un numero ovviamente di gran lunga inferiore rispetto ai flussi provenienti da Belgrado. Questo meccanismo, unito al respingimento di chiunque venga trovato illegalmente all’interno delle frontiere ungheresi, ha di fatto frenato i flussi in uscita, imbottigliando centinaia di persone in Serbia. Persone rimaste bloccate sul confine o che  hanno fatto ritorno nella capitale. Questa situazione ha portato a una crescente tensione, sfociata poi nelle manifestazioni di fine luglio a Belgrado e a Horgos con centinaia di migranti in marcia per chiedere l’apertura delle frontiere.

Nella capitale, in uno dei luoghi simbolo di queste proteste, l’Afghan Park, trascorriamo l’ultima notte del nostro viaggio lungo la Balkan Route. Il parco si trova di fronte alla stazione degli autobus. Per mesi ha ospitato nelle sue aiuole centinaia e centinaia di migranti, soprattutto afghani, appena arrivati dai confini meridionali e in transito verso nord. Una situazione obbligata in mancanza di un’alternativa. A inizio agosto, mascherando un intervento di smantellamento con un intervento di riqualificazione pubblica, le autorità locali serbe hanno deciso di recintare il parco, relegando nei luoghi di informalità centinaia di migranti. A nulla sono valse le proteste delle associazioni riunite nella sigla Miksaliste che da mesi operano nel parco occupandosi di fornire un supporto umanitario ai migranti.

Quando arriviamo nel parco  ormai è notte e non sembra esserci nessuno. Sulle reti troviamo alcuni cartelli con delle scritte in pasthu o, forse, in urdu.  Accanto, una testimonianza in inglese dei pestaggi subiti da alcuni ragazzi dalla polizia ungherese sul confine. È datata 4 agosto. Altri manifesti con la scritta “Freedom” sono appesi in diversi punti. Mentre leggiamo, un ragazzo afghano si avvicina. Iniziamo a parlare. Mi racconta la sua storia. È a Belgrado da circa un mese. Ha passato il confine con la Bulgaria con i trafficanti insieme alla sorella che ora si trova nel campo profughi alla periferia di Belgrado. Mi dice che è incinta, che aspetterà la nascita del bambino e poi deciderà cosa fare. Gli chiedo che cos’è successo dopo che il parco è stato recintato. Mi racconta che dopo la chiusura del parco le persone hanno iniziato a disperdersi nei parchi della città e un po’ ovunque: negli edifici dismessi e in qualsiasi luogo dove ci sia un po’ di riparo. Le persone, mi dice, sono ovunque a Belgrado. Mi accompagna alla fine del parco dove c’è un parcheggio. A terra, buttate sui cartoni e sulle coperte, ci sono circa duecento persone. C’è chi è appena arrivato dalla Bulgaria o dalla Macedonia, chi è invece stato respinto dal confine ungherese ed è ritornato qui. C’è anche chi si sta facendo per la seconda volta la rotta balcanica. Ci sono tanti minori, soli. Vogliono raggiungere l’Europa e non vogliono fermarsi in Serbia. C’è chi si muoverà in macchina e quindi con i trafficanti e chi, invece, proseguirà a piedi.

Le storie si ripetono. Ognuna nei suoi tratti comuni. Ognuna nella sua unicità.  Storie di dolori, di speranza, di diritti violati, di guerre, conflitti. Storie di trafficanti, di muri. Storie di un’umanità alla ricerca di se stessa.

A Belgrado a metà agosto nei vari campi e parchi vi erano oltre 2700 migranti. Un numero destinato nei prossimi mesi a crescere.

 

[Nella foto: il campo di Kelebija, agosto 2016]