Carovana artistica

Carovana artistica a Lesbo, Chios e Atene

di Micol Sperandio, Aida Talliente, Serena di Blasio, Paolo Forte, Marta Matteazzi, Giovanna Conte

Siamo fermamente convinti che in una situazione di forte e drammatico disagio, la cura della persona, dei suoi desideri e aspettative di realizzazione personale vadano coltivate in maniera importante; siamo altrettanto convinti che solo l’arte e l’attività creativa permettano alla persona di rielaborare i propri vissuti passati e la propria realtà attuale, creando dei momenti di crescita formativa e evolutiva, dando speranza e nuove prospettive.

La Carovana artistica

La Carovana artistica è un progetto culturale che unisce professionisti del mondo dell’arte e dello spettacolo nell’intento di realizzare delle attività artistico ricreative a favore delle popolazioni accolte nei campi profughi della Grecia. L’intento del progetto è duplice; se il primo obiettivo di questa operazione è quello di creare dei momenti di evasione che possano alleggerire il carico emotivo delle persone che la carovana incontrerà lungo il suo cammino, la finalità ultima in realtà è quella di favorire l’incontro delle persone, e dei bambini soprattutto, con i più variegati linguaggi artistico creativi.

Ad oggi hanno aderito alla Carovana artistica: ANGELA LOVAT /  MICOL SPERANDIO / VIRGINIA DI LAZZARO / YASSINE MARROCCU / SERENA DI BLASIO / MICHELE POLO / PAOLO PARON / FEDERICO PETREI / FAY FERNANDES / FILIPPO GENESINI / SILVIA COCCIOLI / GIOVANNA CONTE / CINEMA DU DESERT / LIBRERIA LA PECORA NERA / MARTA MATTEAZZI / AIDA TALLIENTE / PAOLO FORTE

Settembre 2016: Lesbo, Chios e Atene

Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e i miserabili
dalle assenze transitorie e le definitive
difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo stupore e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi
difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e la malinconia
dagli ingenui e dalle canaglie
dalla retorica e gli arresti cardiaci
e dalle endemie e dalle accademie

difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicida
dalle vacanze e dall’oppressione
dall’obbligo di essere allegri

difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dalla rogna
dalla famosa patina del tempo
dalla trascuratezza e dall’opportunismo
dai ruffiani della risata

difendere l’allegria come un diritto
difenderla da dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle compassioni
dall’azzardo
e anche dall’allegria – (Mario Benedetti)

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Questo verso, DIFENDERE L’ALLEGRIA, è diventato per noi un motto, una voce che ci ha accompagnato durante tutto il viaggio, un monito quasi, che ci ha ricordato costantemente il senso del nostro impegno, soprattutto quando e dove il senso è stato difficile da trovare.

Partiamo il 2 settembre 2016, ad un anno dal ritrovamento sulla spiaggia di Budrum in Turchia, del corpo del piccolo Aylan Kurdi, un bambino come tanti, che insieme alla sua famiglia tenta di attraversare quel tratto di mare tanto breve quanto pericoloso che separa migliaia di persone in fuga dalla speranza di mettere piede nell’agognata Europa. Scegliamo come meta del viaggio le isole greche per vedere con i nostri occhi se, al di là della grande commozione che ha segnato questo fatto, in tutti questi mesi sia cambiato qualcosa. Quando arriviamo, solo a  Lesbo ci sono più di 5.500 persone bloccate nell’isola da molti mesi e subito capiamo che da qui non si fugge; le procedure per la formalizzazione dei documenti e della richiesta d’asilo sono completamente bloccate e il sistema di ricollocamento non funziona. Insomma, se in Turchia è tanto facile  salire su un barcone, sulle isole prendere un traghetto senza documenti è praticamente impossibile: rimbalzi contro un muro invisibile, ti giri e torni a vedere sempre e solo la costa da cui sei scappato.

I campi che visitiamo pullulano di bambini di ogni età che dovrebbero essere a scuola e che invece hanno davanti a sé giornate per lo più vuote, destino comune alla gente che vive nei centri d’accoglienza. Il benvenuto che riceviamo all’arrivo nelle diverse strutture di accoglienza è un ansioso coro di ixchiusmi my friend: è un attimo, ti circondano e subito è un nugolo di mani voraci, moccio e abbracci che ti fa dimenticare tutto ciò che sei. Subito ti aggrappi a ciò che sai fare e cerchi di farlo con tutta la seria professionalità di cui sei capace, anche se c’è puzza, anche se sai di non avere molto tempo, anche se hai il magone, anche se sono tanti e non arrivi a tutti.

Facciamo sedere i bambini, prepariamo lo spazio e quando la musica inizia, il libro si apre e la storia comincia. Ed è una bella storia quella che raccontiamo; scritta da Samad Behrangi, un maestro di scuola iraniano che amava insegnare ai bambini, “Il pesciolino nero” parla dell’avventura di un piccolo pesce che vuole conoscere il mondo e non si accontenta di ciò che vede intorno a sé. È un inno alla libertà, linfa vitale di ognuno di noi, che va difesa a qualsiasi costo, anche sacrificando la propria vita: “Non importa se un giorno non vivrò più. Quello che importa sono le tracce che avrò lasciato nella vita degli altri”.

Raccontiamo con immagini, musica, gesti, maschere, oggetti e con parole, certo, ma poche: noi in italiano e i ragazzi che di volta in volta ci aiutano in arabo o in farsi. A loro va tutta l’attenzione del pubblico quando leggono i cartelli con il testo e le parole che pronunciano nelle loro lingue madri hanno il suono della dignità e dell’orgoglio.

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Di colpo è tutto chiaro: quello stare insieme, così, ad ascoltare una storia per 40 minuti, seduti gli uni vicino agli altri, diversissimi ma accomunati da un’esperienza di ascolto, è un rito collettivo, un rito che fa bene, perché ci si sente come un organismo unico, che all’unisono sente, si emoziona, respira. È un momento di fratellanza, di comunità, in cui ognuno sente allo stesso tempo la propria e l’altrui presenza: nessuno vale più degli altri, importanti e degni lo siamo tutti.

Quando la situazione lo permette, allo spettacolo facciamo seguire un laboratorio teatrale sull’uso della maschera in cui i bambini diventano i veri protagonisti: con una maschera addosso si ha il potere di fare e di far fare agli altri ciò che si vuole, in un modo che non è impositivo ma imitativo, in un dialogo che diventa ricerca comune. Il momento più bello di questo laboratorio l’abbiamo vissuto nella tenda di Pikpa Solidariety Lesvos, dove bambini che solitamente litigano tra loro sono riusciti, vincendo l’iniziale pregiudizio, a collaborare tra sé in maniera serena. Ci piace pensare che anche questo sia un riflesso della storia di Behrangi, una bollicina di ossigeno che affiora sulla superficie del mare in cui vive il pesciolino nero.

Sono state diverse le occasioni in cui abbiamo potuto replicare il nostro spettacolo; probabilmente il contesto più difficile è stato l’hotspot di Moria, un luogo di detenzione feroce e crudele, dove da troppi mesi vive un formicaio di gente accampata ovunque. Indimenticabile il momento durante il quale, alle spalle dei bambini che ci stavano ascoltando, a pochi metri di distanza da noi, è scoppiata una delle quotidiane risse per la distribuzione del cibo; The show must go on… ti concentri, tuteli e curi come puoi quel poco di pulito e bello che c’è e vai avanti, riuscendo a strappare l’attenzione dei bambini da quella realtà cosi meschina.

A Lesbo nasce e finisce l’esperienza di questa storia del pesciolino nero che tanto ci ha dato. Il gruppo si divide perché alcuni di noi devono rientrare in Italia. Chi resta raggiunge Chios, l’isola con il PIL pro capite più alto di tutta la Grecia: è l’isola patria di importanti e ricchi armatori, il suo porto è una vetrina di panfili e yacht lussuosi. Ma basta aggirare un muro perimetrale per cogliere l’altro lato della medaglia: dalla spiaggia alle mura dell’antico castello si stende un campo profughi in cui abitano 1200 persone. Ci concentriamo sui laboratori creativi ma la situazione richiede cautela. Molto spesso nei campi la distribuzione dei materiali è un’operazione molto complessa, si rischiano liti e discussioni; i bambini inoltre, alla vista di generi materiali spesso innescano una modalità automatica di richiesta supplichevole che finisce per sbilanciare la relazione in un rapporto di dipendenza, “io ti chiedo tu mi dai”. Allora la cosa più importante, il vero senso dell’attività, diventa proprio quello di far capire che il colore, la carta o i fili di lana che porti con te, non sono altro che i mezzi per creare un modo per stare insieme, un modo che sia sano, rispettoso dei tempi e delle attitudini di tutti.

Al di là degli esiti che un laboratorio artistico può avere, la cosa fondamentale è che esso serve a creare un modo di relazionarsi in cui avviene un incontro, uno scambio; la vera cartina al tornasole è il clima di collaborazione e contaminazione creativa che si crea: “Stiamo facendo insieme”.

Siamo ospiti di una famiglia di curdi fuggiti da Aleppo, nella cui tenda allestiamo lo spazio laboratorio dove accogliamo i bambini per le attività. Un giorno, la figlia maggiore, Vidiana, realizza un disegno che con forza immediata rivela tutta l’insensatezza di ciò che accade a questa gente: “è la storia della mia famiglia” dice “abbiamo avuto paura” Questo basta a comprendere.

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Il viaggio volge al termine e dal traghetto che ci porta verso Atene guardiamo la costa dell’isola brillare nel buio; il bagliore più forte non viene dalle luci della città ma dagli amici che abbiamo lasciato al campo di Souda, anime belle e luminose che speriamo abbiano presto modo di splendere altrove.

E a noi rimane la voglia di continuare a fare,

Fare per stare bene
Fare per provare
Fare per divertirsi
Fare per imparare
Fare per stare insieme
Fare per fare

Mentre il cursore avanza su questa pagina bianca, a Skala Sykaminia, sull’isola di Lesbo, 46 persone dopo avere rischiato la vita a bordo dell’ennesimo dinghy che approda sulla costa, ricevono riparo e conforto da parte dei volontari internazionali che si occupano della primissima accoglienza.foto-4

È passato un anno dal giorno di Aylan. Gente in fuga continua a doversi affidare alle mani di trafficanti senza scrupoli per affrontare un tratto di mare di circa 7 miglia e 500.000 persone dopo quel bambino che nessuno di noi dimentica, non sembra essere cambiato granchè, anzi, passato il clamore non se ne parla nemmeno più. Piangerne uno per dimenticare tutti gli altri.

DIFENDERE L’ALLEGRIA, SEMPRE.

[Fotografie di Marta Matteazzi]

 

LA CAROVANA ARTISTICA UDINE / IDOMENI è un progetto autofinanziato.

Per contribuire: IBAN IT70Q0760105138276260376264

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