OSSERVATORIO BALKAN ROUTE

Osservatorio Balkan Route – Novembre 2016

di Davor Marinkovic e Lorenzo Scalchi

Rispetto all’ultimo rapporto, che analizzava i dispositivi d’accoglienza in tutti gli stati interessati dalla rotta, in novembre l’Osservatorio di Ospiti in Arrivo si radica in Serbia e accede a un materiale inedito: la stampa locale. Si analizzano i fatti e i racconti locali sulla Balkan Route scritti in lingua serba, i valori morali legati alla figura del migrante, le memorie, i linguaggi e le narrazioni che emergono dal fenomeno migratorio.

 

UN’ISTANTANEA: UN’INTENSITÀ MIGRATORIA DIMINUITA

Questo quarto rapporto di Ospiti in Arrivo analizza i dati UNHCR per il periodo 27 ottobre – 24 novembre 2016 che Le stime indicano gli arrivi giornalieri ai confini dei diversi paesi affacciati sulla rotta dei Balcani. Si registra una diminuzione generale dei flussi in entrata, anche se mancano le stime per la Bulgaria. Poi il solito dato: in Macedonia, Croazia e Slovenia l’Agenzia ONU continua a dichiarare zero arrivi alle frontiere. Incuriosisce, tuttavia, la situazione tra Serbia e Croazia: emblematico è il caso dei 200 migranti che scortati dalla polizia serba raggiungono la Croazia, ma sono successivamente respinti e riportati, sempre scortati dalle autorità, a Belgrado (Le Courrier des Balkans, 11/11/2016). Questa scorta pubblica è, secondo alcuni giornali, un segno degli sforzi della Serbia mirati a una gestione migratoria tollerante. Al contrario ci sarebbe chi respinge e alza i muri. A marciare sul sentiero scivoloso della distinzione “Stati buoni” e “Stati cattivi” è, ad esempio, un articolo di Repubblica che sottolinea come “la Serbia non lasci soli [i migranti]” ma accompagnati “garbatamente” alla frontiera. Nell’articolo non vi è, tuttavia, alcun accenno alle pratiche di respingimento operate ai confini meridionali (come abbiamo sistematicamente segnalato). Per gli altri Stati: in Grecia nel periodo in analisi sono arrivate 2.037 persone, in media 70 al giorno (-30,5% rispetto al mese precedente). In Serbia si registra il numero più elevato: 4.850 persone, 167 al giorno (-16,7%). In Ungheria il numero minore: 678 persone, 23 al giorno (-31,2%). In Austria i flussi in entrata sono poco maggiori rispetto alla Grecia: 2.536, 87 giornaliere (-15,9%). Ultima considerazione: come si evince dal grafico sottostante, mentre la Serbia (linea rossa) e l’Ungheria (arancione) vedono i propri flussi diminuire tendenzialmente, la Grecia (azzurra) e l’Austria (verde) conoscono un aumento al passare dei giorni.

PRIMISSIMO PIANO: LA STAMPA LOCALE SERBA

Per realizzare questa rassegna sono state analizzate 30 testate locali serbe. La ricerca si è svolta online e gli articoli sono stati letti e tradotti da Davor Marinkovic. Anche se l’analisi è parziale – le testate solo cartacee non sono considerate – il materiale è ricco di spunti. Primo dato: su 30, solo 10 giornali hanno riportato su internet articoli inerenti alle circolazioni migratorie della Balkan route. Tuttavia, anche tra questi non sempre si tratta di attualità. Poco male: importante è poter comprendere l’evoluzione del dibattito sulle migrazioni negli ultimi anni. Degli articoli trovati si è cercato di tracciare gli elementi ricorrenti, ad esempio: 1. si comprende che i giornali di confine, soprattutto settentrionali, sono più produttivi rispetto ai media “d’entroterra”, 2. si può delineare un “sistema Subotica”, cioè una modalità specifica di gestione pubblica della migrazione limitata alle sole province settentrionali, 3. si può osservare la Balkan è un tema discusso anche perché propone alcune analogie con gli esodi balcanici degli anni Novanta e, infine, 4. che c’è un dibattito diffuso sulla nuova immagine internazionale della Serbia, assunta con la gestione delle migrazioni. Ultime precisazioni: è opportuno riportare alcune questioni sulla stampa serba “viste” da fuori, come le indicazioni delle ong Human Rights Watch (2015) e Amnesty International (2015/2016), secondo cui in Serbia i giornalisti affrontano attacchi, minacce, intimidazioni, e interferenze politiche, soprattutto per mezzo di sovvenzioni finanziarie alle testate e con la pubblicità.

 

La Balkan Route negli anni

Subotica, il giornale 025 info pubblica un articolo datato il 30/11/1999 (la data tuttavia non è stata verificata da altre fonti): al confine con l’Ungheria, vi sono numerosi tentativi di attraversamento da parte di migranti afghani, pakistani, indiani e dell’Estremo Oriente. Solo a Subotica, nell’agosto di quell’anno, ci sono state 270 segnalazioni e nel corso dell’intero anno 2000 persone in tutto hanno attraversato il confine. Si scrive che i migranti viaggiano senza documenti e, se catturati, spesso pagano un’ammenda o sono trattenuti in arresto per alcuni giorni, salvo poi ritentare l’attraversamento. Anche a Sombor, stesso anno, due persone sono arrestate con l’accusa di aver organizzato l’attraversamento illegale in Ungheria in cambio di soldi. Sempre Sombor, nel 2007, la stessa testata riporta altri casi di attraversamenti illegali di uomini tra i 17 e i 30 anni, provenienti da Palestina, Afganistan, Iraq, Iran, Siria, Turchia, Albania, Kosovo). Si descrive, inoltre, la prassi di contrasto e controllo della mobilità vigente 9 anni fa: 1. indentificazione e rimpatrio diretto, 2. se richiedenti asilo, trasferimento al centro d’accoglienza di Banja Koviljača. Di Balkan route si parla, dunque, da molti anni e, in questi anni, i media serbi hanno seguito due grandi rappresentazioni nazionali: 1. i migranti sono sempre di più e i serbi sempre più in pericolo, 2. la Serbia ha fatto il possibile per trattarli civilmente e garantire, allo stesso tempo, la sicurezza dei serbi.

 

La stampa locale: aspetti ricorrenti

Nei dibattiti locali gli aspetti più ricorrenti degli articoli di giornale sono quattro. 1. L’immagine della migrazione è spesso legata al concetto di “illegalità”: i trafficanti sono criminali, i migranti clandestini. Questa retorica permette, d’altro canto, di ricevere maggior consenso per un intervento pubblico basato sulla lotta ai trafficanti e sul controllo della mobilità dei migranti. Ad esempio, Istočne vesti, giornale della regione orientale (Pirot, Vranje, Zaječar) informa che tra il 12 e il 13 ottobre sono stati arrestati 3 trafficanti e recuperati 64 “migranti illegali”. Aggiunge che l’Esercito e la Polizia, da quando sono operativi, hanno bloccato 11.341 migranti. Si trova anche un altro dato: i passeurs sarebbero in maggioranza serbi, ma alcuni sono bulgari, afghani o pakistani. Seconda preoccupazione ricorrente: gli effetti delle politiche d’accoglienza sulle realtà locali. Istočne vesti (28/02/2016) scrive che a Negotin – una delle 15-18 città scelte dal governo per ospitare centri di raccolta o transito – la ristrutturazione della stazione e della caserma suscita forte preoccupazione tra la popolazione. Nel testo si riportano tre opinioni contrarie e una favorevole all’accoglienza dei migranti. Gli argomenti contro esprimono disappunto per imporre questa politica senza ascoltare la cittadinanza, mentre la posizione a favore riporta che la regione della Krajna si sta spopolando e che ci vorrà nuova manodopera e qualcuno che ripopoli le case abbandonate. Terzo tema: soprattutto nelle regioni di confine molti cittadini partecipano a iniziative di sensibilizzazione alla tolleranza e d’aiuto materiale ai migranti (mostre fotografiche, film e assemblee pubbliche, volontariato). Frontiera est: a Knjaževac si inaugura la mostra fotografica Migranti, organizzata da Saša D. Djordjević e Slobodana G. Jovanović, i quali hanno seguito un gruppo di migranti nel viaggio attraverso la Serbia e hanno mostrato le difficoltà dei migranti nei centri di accoglienza e lungo il viaggio (Istočne vesti, 21/03/2016). Il progetto è patrocinato dal Commissariato per i Richiedenti Asilo e i migranti e dalla Swiss Agency for Development and Cooperation. Frontiera sud: a Leskovac due studenti hanno sviluppato una app, Angelcity, che permette ai migranti di orientarsi nelle città, chiedere aiuto e mettersi in relazione con la popolazione locale (Jugmedia, 21/10/2016). Dalla frontiera nord (Subotičke Novine, 28/10/2014): in un’assemblea pubblica, dal titolo Storie di asilo e di commercio di persone, cittadini, studenti, rappresentanti del tribunale e operatori sociali di varie realtà hanno discusso il film Put ka gore (La strada verso l’alto) di Mirko Rudić, realizzato nell’ambito del progetto Apertura del dialogo tra cittadini e migranti sulla tolleranza e la non-violenza della ong bulgara Atina e dell’Ufficio serbo per la cooperazione per una società civile. Quarto punto: la stampa locale accoglie molti forum opinionistici in cui politici e autorità pubbliche propongono un dibattito molto critico sull’accoglienza.

 

Il “sistema Subotica”

Il giornale di Subotica (capoluogo di provincia nella regione della Vojvodina) – il Subotičke Novine – è in assoluto il più fornito di notizie relative alle circolazioni migratorie. Si descrivono i meccanismi del sistema d’accoglienza. Primo: il carattere di regione autonoma, costituzionalmente attribuito alla Vojvodina, sembra influire moltissimo sulla tipologia d’intervento pubblico rispetto ad altre zone del centro-sud. I media locali attribuiscono al governo regionale molti meriti rispetto alla qualità dell’accoglienza. Una qualità che si definisce con: 1. collaborazione con organizzazioni non governative, 2. presenza diffusa di associazioni di volontari e 3. supporto di organizzazioni economiche internazionali. Un esempio:il giornale Subotičke Novine, 08/02/2015, racconta che la Fondazione Danilo Kiš ha organizzato un’assemblea per discutere di iniziative umanitarie che la città di Subotica può attuare per aiutare i migranti. Hanno partecipato i rappresentanti della città e delle ONG. Radoš Đurović del Centro per la difesa e l’aiuto dei richiedenti asilo afferma che in ogni istante in Serbia ci sono tra 200 e 500 persone che fanno richiesta di asilo e che Subotica, essendo una città di confine, rispetto ad altri municipi si occupa molto dell’assistenza umanitaria dei migranti: “Si fa molto e si fa bene”, l’opinione comune. Tant’è che spesso ci s’indigna se i media “eurocentrici” o americani (es. Human Rights Watch) affermano che in Serbia i migranti sono picchiati. Caso emblematico di questa tensione: 15/09/2015, stazione di Subotica, 70 migranti comprano i biglietti per Budapest ma sono bloccati al confine. Rifiutandosi di scendere dal treno lo bloccano alla stazione per 9 ore, tra le proteste di altri passeggeri. Il giornalista scrive che il fatto è stato strumentalizzato dai “media di natura europeista”, che hanno scritto che più di 1.000 migranti sono intrappolati alla stazione di Subotica e sono picchiati dai doganieri e dai poliziotti, mentre altri corpi di polizia impediscono l’arrivo degli aiuti (Subotičke Novine). Sempre sulla tensione con i media internazionali ecco un altro caso: un giornale riporta una relazione di Human Rights Watch sullo stato della Balkan Route in cui si accusa la polizia serba di picchiare, umiliare, derubare e discriminare i migranti. Il Ministero dell’Interno nega tutto e sostiene che nemmeno una lamentela da parte dei migranti è pervenuta presso i loro uffici (Južne Vesti, 29/04/2015).

 

Esodi e parallelismi

La recente storia di emigrazioni e spostamenti interni di popolazione che ha caratterizzato gli anni dei conflitti nei Balcani meridionali può in qualche maniera riemergere stimolata dall’attualità della Balkan. È possibile che l’accoglienza ai migranti si possa realizzare più facilmente in società, o in gruppi, i cui membri abbiano già condiviso un progetto migratorio o presentino ancora una memoria collettiva fondata su esperienze di esodi dovuti a conflitti? Anche su questo tema esistono dibattiti locali. Un primo paragone storico è con il periodo delle guerre di Bosnia e Croazia. 025 info (20/02/2013) – giornale che si occupa della Bačka occidentale, al confine con l’Ungheria – riporta che nel 2010 più di 1.700 cittadini serbi sono stati rimpatriati dal altri paesi perché riconosciuti come migranti economici e non come richiedenti asilo. Una seconda storia (Subotičke Novine, 25/09/2015): Saša Gravorac, Presidente dei Circoli Serbi della Bačka del Nord, ha inoltrato al ministro serbo Vulin un documento, da indirizzare al governo croato, in cui si chiede che le case e le proprietà terriere dei serbi emigrati dalla Croazia negli anni ‘90 siano ora assegnate ai migranti mediorientali. “Siamo disposti a dare le chiavi delle nostre case che ora marciscono vuote, semplicemente per aiutare queste persone, perché i migranti siriani noi li capiamo bene, abbiamo vissuto la stessa cosa negli anni novanta”. Si tratta di solidarietà di ex migranti o la Balkan è l’occasione per puntare i riflettori sulla questione ancora irrisolta delle proprietà abbandonate? Un secondo parallelismo lega la questione Balkan con la questione rom: siamo nella Serbia meridionale e il giornale Jugmedia (06/02/2016) scrive che l’Associazione degli Intellettuali Rom ha preparato un progetto (350.000 dinari) finanziato dall’Ufficio per i Diritti Umani e le Minoranze per aiutare i migranti (aiuto informativo, burocratico, sociale e scolastico). Infine, riemerge la questione del Kosovo e la preoccupazione per nuovi scontri diplomatici con gli albanesi: il Subotičke Novine del 17/02/2015 scrive che nel 2014 la maggior parte dei migranti era d’origine kosovaro-albanese e presuppone l’esistenza di un esodo di massa programmato dal Kosovo. Il fatto, quindi, non sarebbe più di cronaca, ma un caso politico internazionale e questa tesi è argomentata da uno scambio virgolettato tra i direttori della polizia serba e ungherese Milorad Veljović e Karolj Pap: infatti, a differenza delle migrazioni vicino e mediorientali – caratterizzate, affermano i poliziotti, dall’arrivo secondo fasce sociali distinte: prima i “poveri e gli affamati”, poi il ceto medio e infine i più istruiti – i kosovari avrebbero a testa una somma di 50.000 dinari, utile a pagare le sanzioni per l’attraversamento illegale, e sosterebbero tutti all’Hotel Lira (recentemente chiuso), a Palic, proprietà di un cittadino albanese.

 

Gli aiuti internazionali per la gestione migratoria

Un quinto filone d’interesse pubblico riguarda il nuovo ruolo internazionale della Serbia come argine ai flussi verso l’Europa e i generosi fondi esteri ricevuti per la gestione dei migranti: i giornali scrivono che i fondi provengono da enti UE, dagli Stati Uniti, dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania. Soldi, mezzi di trasporto e forze di polizia: nel febbraio 2015 i tedeschi forniscono 20 poliziotti, con automezzi e videocamere termiche, per potenziare i controlli nie punti di Horgos e Kelebija, invece altri poliziotti austriaci aiutano a presidiare il confine serbo-macedone (Subotičke Novine, 17/02/2015). Un altro articolo del Subotičke Novine (26/07/2015) riporta le parole del segretario ministeriale Nenad Ivanišević, che spiega come grazie alla collaborazione con le ONG e agli aiuti di Svizzera, Stati Uniti e Germania, la Serbia sia in grado di fornire assistenza umanitaria ai migranti: “La Serbia non ha chiuso gli occhi nel ’56, nel ’92, nel ’99 e non lo farà nel 2015!”. Questa esaltazione dello “Stato buono, accogliente ed efficiente” è, nel medesimo articolo, comparata alla vicina situazione ungherese: si scrive che ogni giorno la polizia ungherese arresta 1.000 migranti nei pressi di Bački Vinogradi, mentre i serbi accolgono e aiutano. Di altri fondi ne parla ROMinfomedia (28/09/2016) pubblicando un pezzo su una donazione di 45.000 € dal Council of Europe Development Bank direttamente al ministro Vulin, finalizzata a finanziare per l’ospedale di Leskovac un autoveicolo di rianimazione unicamente dedicato al soccorso dei migranti. Tutti questi aiuti fanno pensare a più o meno taciti accordi internazionali in cui la posta in gioco è il futuro europeo di Belgrado. Si deve dire che i serbi possiedono i “giusti” valori: accoglienza e rispetto della Convenzione di Ginevra. In altri termini: gli aiuti finanziari servono per decentrare la gestione dei migranti in territorio serbo, fuori dai confini dell’Unione. Ma la faccia dello Stato accogliente è bilanciata, come spesso accade, da quella dello stesso Stato che respinge. Jugmedia (07/08/2016) riporta che i ministri dell’interno di Serbia e Bulgaria, Stefanović e Bačvarova hanno discusso dei problemi della crisi migratoria e delle azioni cooperative da intraprendere. L’incontro è avvenuto presso i valichi di Gradina e Kalotina, dove i due politici hanno ammirato i mezzi per il riconoscimento termometrico dei migranti (si tratta di telecamere termiche che riconoscono le figure umane in base al calore emesso e alla forma del calore). La ministra bulgara afferma: “Dobbiamo lavorare insieme per far capire ai migranti che la Balkan Route non fa per loro”.

[Fotografia di Lorenzo Scalchi: Serbia-Ungheria, recinzione al confine]