OSSERVATORIO BALKAN ROUTE

Osservatorio Balkan Route – Dicembre 2016 Gennaio 2017

di Lorenzo Scalchi

Il quinto rapporto di Ospiti in Arrivo sui Balcani lascia spazio a numerosi problemi non sufficientemente affrontati dai riflettori dei media nazionali: Serbia, Croazia, Slovenia, Grecia, Romania e (finalmente se ne parla) anche Kosovo. Cerchiamo di comporre una panoramica delle questioni e, come al solito, mettiamo a disposizione le fonti per chi volesse approndire le letture.   

 

I dati UNHCR sugli arrivi giornalieri ai confini dei paesi della rotta dei Balcani non sono qui riportati. È da due mesi, infatti, che l’agenzia ONU non pubblica più queste informazioni, molto utili per avere una percezione verosimile della circolazione migratoria lungo la Balkan. Quindi, ci affidiamo esclusivamente ai rapporti e agli articoli di giornali e associazioni esperte di monitoraggio. Ecco una prima immagine: “Dopo essere stati bloccati dalle politiche europee sulla migrazione, migliaia di migranti e rifugiati si trovano costretti al gelo in Grecia e nei Balcani, in ripari per nulla adatti alle rigide condizioni invernali. La cinica noncuranza delle politiche degli Stati europei, insieme alle temperature glaciali e alla mancanza di preparazione per l’inverno, hanno aggravato una situazione già insostenibile per migliaia di uomini, donne e bambini che cercano protezione in Europa” scrive Medici Senza Frontiere.

 Serbia: Belgrado

Da fonti UNHCR possiamo estrapolare alcuni numeri che riguardano la Serbia: stato che accoglie attualmente circa 7.400 migranti, di cui l’86% in 17 campi governativi – con capienza variabile dai 1.139 posti di Krnjača ai 57 del campo di Bosilegrad – e i restanti 1.100 in rifugi occasionali o all’addiaccio nel centro di Belgrado. Queste persone, nonostante le gelide temperature, si riparano nei pressi della stazione centrale. Il reportage di Jacopo Rui (Overthefortress), apparso su Melting Pot (27/01/2016), specifica che la zona dove sono accampati i migranti è stata recintata e resa inaccessibile alla vista della popolazione belgradese. La recinzione sarebbe coperta da pannelli che pubblicizzano il Belgrade Waterfront, un imponente progetto di ricostruzione e gentrificazione. Sembrerebbe un’ennesima volontà di occultamento, svelata in parte da un’indagine UNHCR che descrive in profondità il fenomeno dei rifugi informali a Belgrado: il 75% delle persone qui accampate proviene dall’Afghanistan e il 23% dal Pakistan. Inoltre, il 30% è minore straniero non accompagnato (MSNA). Quali prospettive per loro? Solo il 18% dichiarerebbe di voler rimanere in Serbia anche se il 65% vorrebbe essere spostato in un centri di accoglienza governativo. Infatti, il freddo è così tagliente che si è attivato lo stato d’emergenza. Le autorità serbe da poche settimane stanno attrezzando un nuovo campo a Obrenovac per offrire riparo ai migranti sulle strade. Al di là dell’emergenza freddo, l’analisi dell’impegno serbo per l’accoglienza è un tema contraddittorio: già nei mesi scorsi abbiamo segnalato una diffusa retorica legata all’immagine dello Stato accogliente. Tuttavia, emergono alcuni elementi critici. “A seguito di un accordo politico con l’Unione Europea, nell’ottobre 2015, la Serbia ha accettato di accogliere 6.000 rifugiati, compromesso necessario per ottenere la futura integrazione del paese nell’Unione” (Philippe Bertinchamps per Libération, nell’articolo tradotto su Melting Pot, 20/01/2017). Il giornalista Bertinchamps ci permette di comprendere di più sulla popolazione costretta a dormire sulle strade di Belgrado: “[Sono] respinti dall’Ungheria o dalla Croazia [o] vittime dei push back, i respingimenti violenti: morsi di cani, nasi rotti, braccia e gambe con fratture, cellulari e zaini confiscati”. Secondo fatto grave: benché l’UNHCR abbia recentemente segnalato deportazioni di richiedenti asilo dalla Serbia verso la Bulgaria e la Macedonia, un nuovo e imponente intervento d’emergenza dovrebbe essere dispiegato da tre principali tipi di attori. Si tratta del Serbia Chapter 2017 Refugee and Migrant Response Plan (RMRP): una strategia in supporto alla Serbia per azioni di intervento umanitario a favore dei migranti, firmata dalle autorità nazionali, la stessa UNHCR, la IOM, alcune NGO e diversi privati che hanno sottoscritto copiose donazioni. Le entrate per ora sono di circa 39 milioni di dollari e di 3 milioni di dollari, quest’ultimi donazioni da privati.

Serbia: confine serbo-ungherese

Ci spostiamo più a nord. Perché, dall’ultimo rapporto UNHCR, vi sarebbero molti migranti ancora in attesa di entrare nelle transit zones: 134 a Subotica, 110 a Sombor, 8 uomini a Horgoš e 12 a Kelebija. Tuttavia, dal 23 gennaio le autorità ungheresi hanno ridotto le ammissioni regolari: da 30 a 15 giornaliere. L’UNHCR riporta, anche qui, casi di deportazioni dall’Ungheria verso la Serbia. Queste “espulsioni illegali” dagli stati non sono un fatto nuovo. Eccone una prova recente: deportati, costretti a camminare di notte in pieno inverno attraverso il confine o respinti e abbandonati nelle foreste. L’ultimo caso di deportazione illegale di uomini è segnalato da Flore Murard-Yovanovitch, Il Manifesto (apparso su Melting Pot, 01/01/2017): 17 dicembre, Serbia, le vittime sono i sette membri di una famiglia curdo-siriana, precedentemente registrata dalle autorità serbe a Belgrado e destinataria di un posto nel campo di Bosiljgrad. Intercettati da una delle pattuglie miste composte da poliziotti e militari, le cosiddette joint forces, e fatti scendere dal pullman sul quale stavano viaggiando, […] gli agenti hanno stracciato i loro documenti e dopo averli obbligati a salire su un furgone li hanno abbandonati ai confine tra Serbia e Bulgaria dove di notte la temperatura scende fino a 11 gradi sotto lo zero. Solamente dopo esser riusciti a contattare gli attivisti di Info Park, un’associazione che offre supporto legale a Belgrado, la famiglia di migranti è stata ritrovata, anche se in gravi condizioni. Il Belgrade centre for human rights (Bchr) si è fatto garante per la famiglia curdo-siriana. “I responsabili per il sequestro della famiglia dall’autobus hanno agito in maniera molto sofisticata, e non hanno accompagnato i rifugiati al di là del confine. Non abbiamo quindi alcuna prova a disposizione per dimostrare che si trattasse di un tentativo di espulsione, anche se quanto avvenuto sembrerebbe un tentativo in quella direzione” dichiara Nikola Kovačević (Bchr) a Osservatorio Balcani e Caucaso (11/01/2017) .

Croazia

La Croazia non è uno stato sicuro per chi vi entra per richiedere asilo. Lo afferma Human Right Watch (articolo apparso su Melting Pot, 10/01/2017). L’organizzazione riporta che la polizia croata sta costretto molti richiedenti asilo a rientrare in Serbia, in alcuni casi usando violenza. Ovviamente la violazione è anche quella di non aver dato loro alcuna possibilità di presentare domande di protezione. Si legge una nota della ricercatrice Lydia Gall: “I racconti scioccanti dal fronte croato ed i trattamenti ingiuriosi cui i richiedenti asilo sono sottoposti al confine del Paese, sono indegni per uno Stato membro dell’Unione Europea”.  Ciò che emerge, infatti, a partire da circa dieci testimonianze, sono i maltrattamenti e la negazione dei diritti dei rifugiati. Riportiamo dall’articolo sopracitato: “Hussein, afghano, racconta […] che a Zagabria era riuscito ad ottenere un posto per sé e due amici in un centro d’accoglienza agli inizi di gennaio. Lo staff del luogo gli aveva indicato una stazione di Polizia specifica cui recarsi per la registrazione come richiedenti asilo. Alla stazione di Polizia, presumibilmente dopo la registrazione, gli agenti hanno fatto salire i tre in un’auto della Polizia dicendo loro che li avrebbero trasferiti in un campo d’accoglienza. Tuttavia, i poliziotti li hanno scortati in un luogo vicino il confine con la Serbia, li hanno picchiati, deridendoli e hanno loro confiscato i telefoni cellulari per poi costringerli a tornare in territorio serbo”. Per chi, invece, ha la “fortuna” di inserirsi nei circuiti dell’accoglienza croata non sembra che le cose funzionano meglio. Lo scorso 30 dicembre alcuni richiedenti asilo hanno protestato a Zagabria nel centro d’accoglienza, l’hotel Porin, denunciando pessime condizioni di soggiorno (Le Courrier des Balkans, 02/01/2017). Altre testimonianze, raccolte e denunciate dal Centro studi per la pace di Zagabria, dall’Iniziativa Welcome! e dall’associazione Are You Syrious?, hanno reso possibile l’acquisizione di un’ampia e profonda visione di ciò che succede ai confini della Croazia. Contro la Croazia si aggiungono anche le denunce delle associazioni religiose (Balkan Insight, 04/01/17).

Slovenia

Sembra che nella vicina e tranquilla Slovenia non accada nulla da mesi, cioè da quando la rotta migratoria è stata ufficialmente chiusa. Non è così: i pochi migranti presenti sono oggetto di questioni molto gravi. Osservatorio Balcani e Caucaso (11/01/17) propone un interessante articolo. La Slovenia continua a costruire barriere. Un nuovo provvedimento normativo autorizza: la polizia a vietare l’ingresso nel paese agli stranieri e a rispedirli da dove sono arrivati anche nel caso richieste d’asilo. Il ministro degli Esteri Erjavec è chiaro: “Viste le condizioni internazionali, se c’è da scegliere tra più libertà o più sicurezza non si può optare che per quest’ultima soluzione”. Non di meno la definizione, tanto banale quanto pericolosa, del filo spinato ai confini – “Barriera tecnica per regolare il flusso di migranti” – e delle nuove misure anti-migranti: “Provvedimenti da adottare in caso di una situazione aggravata”.

Grecia

Il programma di ricollocamento europeo dei migranti richiedenti asilo che, arrivati in Grecia o in Italia dovrebbero essere trasferiti a quote in altri paesi europei (principalmente del nord Europa), è sempre più in crisi. L’effetto è un caos normativo e sociale considerevole: si allungano all’infinito le speranze di molte persone che in Grecia avevano chiesto asilo politico sperando di essere portate in contesti migliori. In molti rimarranno nello stato ellenico. Che ne sarà di loro? Il report sopracitato di Are You Syrious? (pubblicato su Melting Pot, 17/01/17) pone numerose domande doverose.

Romania

Arrestati in Romania alcuni passeurs (Balkan Insight, 26/01/17): si rivela ancora attuale comprendere le rotte migratorie che partono dalla Grecia e raggiungono la Germania dai Carpazi e non più dai soli Balcani.

Kosovo

Cambiamo prospettiva e, grazie a due articoli non proprio recenti (Spiegel online del 26/08/15 e Balkan Insight del 03/06/15) cerchiamo di comprendere il fenomeno dell’asilo politico in Europa anche da un altro punto di vista: quello delle migrazioni “interne”, cioè più “vicine” a noi e, chissà, forse capaci di fare da ponte per comprendere l’amplissima diffusione del fenomeno migratorio e la sua radicalità nella storia europea. Nell’agosto 2015 il 42% delle richieste d’asilo ricevute in Germania nel 2015 proviene da migranti originari dalle ex repubbliche o regioni jugoslave. Nello specifico i numeri sono questi: 30.000 kosovari, 5.514 macedoni, 11.642 serbi, 29.353 albanesi e 2.425 montenegrini. Nel secondo articolo si contestualizzano i problemi da cui i migranti kosovari scappano ancora.

[Fotografia di Lorenzo Scalchi, Passaggio a livello]