OSSERVATORIO BALKAN ROUTE

Loro sono gli invisibili

di Philippe Bertinchamps, giornalista per Libération, Médiapart, Le Courrier des Balkans

fotografia di Marija Jankovic

Subotica, Serbia del Nord — Loro sono gli “invisibili”. In un luogo tenuto segreto lungo la linea ferroviaria a Subotica, a qualche kilometro dalla frontiera ungherese, si raggruppano tutti i giorni verso l’una del pomeriggio per la distribuzione di cibo. Ricevono un sacco con i viveri: patate, carote, cipolle… e un pò d’acqua potabile. Poi tornano al proprio cantuccio, sono tende installate tra l’erba alta, in qualche parte nella jungle. Secondo i testimoni sarebbero 200 o 400. Afghani, pakistani, algerini, marocchini… sopravvivono arraggiandosi in accampamenti selvaggi disseminati in giro, nella precarietà più totale, con temperature inferiori allo zero.

“Qualche settimana fa, alle prime ore del giorno, la polizia ha organizzato un’incursione”, spiega David Jordan, un volontario canadese che lavora per l’associazione Fresh Response. “Circa 175 persone sono state trasportate forzatamente in un centro a Predeco, dall’altra parte del paese, nei pressi della frontiera macedone. È la quarta volta che accade da ottobre. I poliziotti hanno stanato i rifugiati e raso al suolo i bivacchi. Diversi mesi di lavoro intenso sono andati in fumo…” aggiunge Kasim, 34 anni, medico pakistano, conosciuto all’entrata della città, luogo d’incontro da molti anni dei candidati all’esilio. “C’è un sacco di gente, è diventato troppo rischioso” dice. “La settimana scorsa c’è stata una rissa con i coltelli. Tre persone sono state ferite. Da quel giorno, la polizia ha raddoppiato la vigilanza.”

Un esile fumo sale dalle radure silenziose, tradendo un’esistenza discreta. Sciita sposato con una sunnita, padre di due figli, Kasim è dovuto fuggire dal suo paese dopo aver subito le minacce di morte dai suoceri. “Se torno in Pakistan mi uccideranno”, assicura, accovacciato davanti al fuoco. Dieci uomini si sono installati in questo rifugio rudimentale: due tende e un telone di plastica. “Anche se è dura, preferisco vivere qui che morire lì.” Senza soldi né documenti, lui e i suoi compagni di sventura desiderano disperatamente poter domandare l’asilo in “qualche parte in Europa”. Ma per questo, bisogna per prima cosa oltrepassare la barriera di filo spinato dietro alla quale, da qualche anno, l’Ungheria si è barricata. Pattuglie dell’esercito, della polizia e delle “guardie dei campi” in tenuta militare circolano nei paraggi. Attenzione a chi si arrischia: i pushbacks sono violenti. Morsi di cane, nasi rotti, braccia e gambe fratturate sono, sempre più spesso, il premio di chi si fa prendere.

“Ogni giorno dobbiamo curare dei feriti”, testimonia Dan Song, volontario califroniano di Fresh Response. “Tornano a piedi dalla frontiera, estremamente stanchi, con i vestiti e il cellulare confiscati dalla polizia ungherese.” A volte, la traversata è mortale. Il 3 febbraio, un adolescente afghano, Rahmat Ullah Hanife, è annegato nel Tisa. Il giovane faceva parte di un gruppo di sedici persone che hanno tentato d’oltrepassare il fiume gelato, e il ghiaccio s’è rotto. Secondo i superstiti, le guardie frontaliere hanno osservato la scena senza tentare d’intervenire.

Altri hanno trovato rifugio in alcuni vagoni abbandonati nella stazione di Subotica. “Si contano dalle 30 alle 60 persone”, racconta David Jordan. “Di giorno non si vedono, ma la notte ritornano. Aspettano che un treno s’arresti, saltano a bordo e cercano di passare clandestinamente la frontiera a loro rischio e pericolo.” Se ci riescono, una lunga marcia notturna li attende attraverso l’Ungheria fino in Austria. Se falliscono, sono condannati a ricominciare, ancora e ancora. “A volte mi sento male, ho dei rimorsi”, si confida Ali, un pachistano di 30 anni, espulso a quattro riprese dall’Ungheria. “Lo stress è troppo grande. Ma che cosa posso fare? Ritornare al paese è impossibile. Non ho altra scelta che quella di proseguire…”.

Il contesto

La Serbia conta in questo momento 7.400 rifugiati, principalmente famiglie, ripartiti in 18 centri di transito. Per loro, la sola via legale per entrare nello spazio Schengen è quella delle due “zone di transito”: Rözske e Kelebija. Fino a poco tempo fa, venti persone al giorno erano teoricamente autorizzate a passare. Ma dal 30 gennaio il loro numero è stato ridotto a dieci: cinque per zona. Per riuscire a penetrare in una zona di transito, bisogna innanzitutto iscriversi sulle interminabili liste d’attesa rimesse al Comissariato serbo per i rifugiati che le invia per mail alle autorità ungheresi, dove i dossier sono passati al vaglio. I più ricchi comprano il posto dai più poveri, per alcune centinaia di euro. Ma una voce persistente circola: presto, nessun rifugiato sarà più ammesso in Ungheria.

Oltre a coloro che si sono ufficialmente registrati dalle autorità serbe, più di 1.200 persone, tra cui molti bambini, occupano i vecchi depositi ferroviari a Belgrado, la capitale serba, in condizioni igieniche e sanitarie deplorevoli.

Testo tradotto dal francese da Lorenzo Scalchi.

Philippe Bertinchamps ci fornisce anche tre testimonianze di migranti abusati dai poliziotti ungheresi.

La prima la pubblichiamo qui di seguito. Le altre nel corso delle prossime settimane. Queste interviste, condotte in urdu, inglese e punjabi, sono state raccolte dai volontari dell’organizzazione Fresh Response. A parlare ora è un giovane pakistano, Raja, di 30 anni. Il testo è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Lorenzo Scalchi.

Venerdì 13 gennaio oltrepassai il confine ungherese nei pressi di Horgoš. Ero con altri 55 di noi nel gruppo di testa e tutti quanti giungemmo sul suolo ungherese. Poi ci separammo e 12 di noi, io incluso, furono catturati dalla polizia a circa 2 km dalla barriera di frontiera. Quattro poliziotti si avvicinarono con un’auto della polizia, avevano due cani con loro. Subito ci spruzzarono del gas lacrimogeno negli occhi per non farci vedere distintamente. Provai a stento ad aprire le palpebre e a ricordarmi delle loro facce o dei numeri sulle uniformi, ma il gas lacrimogeno rendeva tutto ciò impossibile. Posso solo dire che erano giovani, 20-22 anni, e che le loro uniformi erano blu. Ci chiesero quale fosse la nostra nazionalità e poi cominciarono a gridare: “No Ungheria per voi!”, ci chiamavano terroristi, talebani, etc. “No Ungheria per voi!”

Nel frattempo altre due auto della polizia giunsero con 8 uomini e 4 cani. Ricordo che uno di loro era un uomo grasso, più anziano degli altri. Ci fecero sedere dentro una pozzanghera, in ginocchio. Uno di noi, un ragazzo di 13 anni non riusciva a smettere di piangere per via del gas negli occhi. Così lo spostarono in seconda fila, vicino a me. Non smise di piangere e loro ridevano di lui mentre lo colpivano a manganellate gridandogli “Shut up! Shut up! Zitto!”. Era il più giovane di noi, ma c’erano altri tre minori nel gruppo.

I poliziotti ci ordinarono di mettere le mani in alto e di aprire le giacche in modo da colpirci direttamente sulle costole e sullo stomaco. Alcuni usavano manganelli di plastica, ma gli altri erano armati con manganelli di ferro. In seguito, ci perquisirono, uno alla volta, mentre gli altri rimanevano seduti nell’acqua. Ci obbligarono ad alzarci così poterono toglierci i vestiti umidi, le giacche, i guanti, i pantaloni (nel caso qualcuno ne vestisse più d’un paio). Ci distrussero i dinari che trovarono e presero gli euro che trovarono nelle nostre tasche. Scaraventarono i nostri cellulari per terra.

Durante la perquisizione fummo obbligati a tenere sempre le mani in alto, al forte e al gelido vento. Poi, ci fecero sedere nella pozzanghera, ma questa volta con le mani sulla spalla del vicino e cominciarono a piacchiarci sulle costole con i bastoni. Uno dei poliziotti salì sulle spalle di uno di noi e cominciò a ridere. Poi, ci dissero di alzarci ma di mantenere la riga. Rilasciarono i cani, dal lato destro. Quando qualcuno di noi tentò di scappare lo picchiarono e lo constrinsero a rimettersi in “riga”. Continuavano a ridere e a urlare “mantenere la linea, mantenetela!”.

Richiamarono i cani, ma noi dovevamo sempre rimanere in riga. Vennero dietro di noi, in modo che non potessimo vederli e cominciarono a picchiettare sulle spalle. Ogni volta che qualcuno di noi si girava per guardare, il poliziotto rispondeva “Hello!” e gli spruzzava lo spray lacrimogeno negli occhi. Non ci permisero di pulirci la faccia, perché dovevamo rimanere così. Poi, ci portarono nel furgone della polizia, colpendoci i polpacci con i bastoni durante il cammino. Non ci permisero di entrare nell’abitacolo del furgone. Ci chiusero nel bagagliaio, colpendoci e spingendoci in modo da far stare 12 persone ben ammassate.

Presero i nostri zainetti, li gettarono via con i viveri e l’acqua. I frutti, come le mele e le arance, li ricevemmo in faccia. Fummo quindi trasportati al cancello al confine. Non c’era abbastanza spazio. Dovevamo rimanere in piedi per tutto il tragitto. Un altro poliziotto ungherese venne con le chiavi per aprire il cancello ma ad un certo punto il militare più anziano (con un’uniforme diversa) si avvicinò a noi dicendo di aspettare. Prese la bombola di gas e lo spruzzò sui nostri occhi, ancora.

Poi, il poliziotto scattò una foto ordinandoci di aprire gli occhi. Poiché non riuscivamo a causa del lacrimogeno, ci colpirono ancora, forzandoci a guardare l’obiettivo. Quando li aprimmo a stento ci forzarono a usare le dita per mantenerli aperti. Poi ci portarono alla barriera frontaliera e ci dissero “Questo è nella vostra lingua, leggete!”. C’era un cartello sulla barriera di confine che diceva che non avevamo ricevuto nessun tipo di abuso, fisico o verbale, da parte delle autorità ungheresi. Ci registrarono mentre lo leggevamo. Mentre dicevamo ad alta voce che non avevamo avuto esperienze d’abusi rilasciarono i cani, ancora, che ci giravano attorno, tra le gambe, e la videocamera non poteva filmarli. Ci lasciarono quindi alla frontiera, ordinandoci di tornare in Serbia. Non c’era alcun poliziotto serbo dall’altra parte.

Il tutto durò circa due ore, poiché ci catturarono verso le 7 di sera e alle 9.30 raggiungemmo la stazione del gas a Horgoš.

Ospiti in Arrivo ringrazia il giornalista Philippe Bertinchamps e la fotografa Marija Jankovic per la preziosissima collaborazione.