OSSERVATORIO BALKAN ROUTE

Intervista a una vittima di abusi al confine serbo-ungherese

Intervista condotta dai volontari dell’associazione Fresh Response, fornita a Ospiti in Arrivo da Philippe Bertinchamps, giornalista di Libération, Médiapart e Le Courrier des Balkans

Questa settimana pubblichiamo una seconda testimonianza di abusi compiuti dalla polizia di Budapest al confine con la Serbia.Tra le vittime – migranti che hanno tentato invano di superare il confine – c’è Mohammed, un pakistano di 14 anni, già menzionato nell’intervista pubblicata qui la settimana scorsa. L’intervista è stata condotta in Urdu, poi tradotta in inglese.

 

22/01/2017, Subotica, fabbrica di mattoni.

Ho oltrepassato il confine ungherese con altre 40 persone. Non ricordo il nome del posto, non ricordo nemmeno il giorno.

Dopo la barriera, cominciammo a camminare molto velocemente per circa 5 minuti. Poi, con altre 11 persone, mi sedetti a terra, mentre gli altri 28 camminavano più avanti. Arrivarono 12 o 14 poliziotti, alcuni con l’auto, altri a piedi. Avevano delle luci e ci stavano cercando. Ci alzammo in piedi. Vennero verso di noi, dandoci calci e picchiandoci con i bastoni e con i manganelli. Non lo so di che materiale fossero i manganelli, ma erano neri, pesanti e molto duri. Ci ordinavano di camminare. Poi, ci obbligarono a sedere in una pozzanghera profonda circa 5 cm. Ci colpirono, ci dissero di alzare le mani in alto e poi colpivano con i manganelli. Ci tolsero cappelli e i guanti, e quando le mie mani si congelarono cercai di mettermele in tasca, ma non mi lasciarono farlo. Gridavano: “Fuori le mani!” e mi fecero aprire la cerniera del cappotto. Ci svuotarono le tasche e distrussero i nostri telefoni, scaraventandoli a terra e pestandoli con i loro talloni.

Eravamo ancora seduti a terra nella pozzanghera e sentimmo gli uomini dietro di noi: “Hello my friend!”. Una volta girati, ci spruzzavano lo spray negli occhi. Uno di loro, un uomo grasso con barba e baffi, sguinzagliò i cani contro di noi. Lui aveva sempre un cane tra le gambe. I cani ci assaltarono.

La polizia ci colpiva ancora con i bastoni. A me colpirono due volte sulla schiena, due volte sulla testa e una volta sulle dita. C’erano altri poliziotti che non ho potuto vedere. Quando mi spruzzarono lo spray sugli occhi calai la testa. Poi, ogni volta che tentavo di guardare i poliziotti, mi colpivano ancora alla testa. Ci fecero abbassare lo sguardo e ci dissero che dovevamo stare così: “Don’t look up!” Picchiavano molto forte.

Ci fecero rimanere seduti per circa mezz’ora. Poi ci misero nel furgone: uno di quelli normali della polizia, con le sirene al di sopra. C’era un piccolo scompartimento con una rete e ci fecero entrare lì. Dall’altra parte della rete c’erano i cani. Ci spinsero con i manganelli per farci stringere. Non c’era spazio per tutti. Uno di noi rimase in piedi fuori dal furgone. Non riusciva a entrare. Lo obbligarono a entrare picchiandolo, poi chiusero lo sportello. Così ci condussero fino al valico del confine.

Quando uscimmo ci obbligarono nuovamente a stare in riga. Un altro uomo arrivò e cominciò a spruzzarci lo spray. Aveva una divisa di diverso tipo, con qualcosa di bianco e nero sopra. Quasi come una uniforme militare. Gli altri avevano uniformi di color blu scuro. Questo spray era diverso dal primo. Mi fece male agli occhi. Il primo mi aveva fatto tossire, stavo quasi per vomitare. Tossii tantissimo. Facevo parte della prima riga di uomini, quella da cui iniziarono a spruzzare.

Chiesero per quale motivo avessimo tentato di superare il confine. Mi riprendevano con la videocamera. Poi, mi dissero di leggere ad alta voce una dichiarazione appesa al valico del confine. La lessi mentre loro mi filmavano. Quando terminai, uno dei poliziotti mi spinse da un lato. Quando tutti leggemmo la dichiarazione aprirono il valico e ci dissero: “Go!”. Tornammo indietro, alla stazione di gas, circa alle 9 e mezza di sera.

Traduzione in italiano e foto di Lorenzo Scalchi

 


I crossed the Hungarian border with 40 other people. I don’t remember the name of the place, I don’t remember the date. Behind the border fence we started walking very fast for about five minutes. Then me and 11 others sat down, while the remaining 28 walked ahead. Between 12 and 14 police officers arrived; some in a car, some by walking. They had torches and were looking for us. We stood up and they came to us, started kicking us and hitting us on the ribs with police batons. I don’t know what the batons were made of but they were black, heavy and very hard. Then the police made us walk us away from the dry ground we were sitting on before and forced us to sit in a big puddle of water, about 2 inches deep. They told us to put our hands up in the air and came running to us, hitting us on our heads with batons. They made us take off our hats and gloves. When my hands got cold I tried to put them in my pockets but they didn’t let me. They were shouting: “Take your hands out!” and made me unzip my jacket. They emptied our pockets and destroyed our phones by smashing them on the ground with their heels. We were still sitting down in the puddle when they came behind each of us saying: “Hello my friend.”  When we turned to look at them, we were sprayed in the eyes. Then one of them, a fat man with a beard and moustache, let the dogs loose on us. He was always with a dog beetwen his legs. The dogs were climbing and clawing on us. Then police started hitting us with batons again. They hit me twice in the back, twice in the head and on my fingers. There were other policemen I didn’t get to see. When they sprayed me my head went down. Afterwards, every time I tried to look at them they would hit me in the head. They made us look down like this [lowers his head]. They said we must stay like this. They said: don’t look up! They were hitting us very hard.They made us sit in wheatear for about one and a half hours. Afterwards they put us in the police van — a regular marked one with sirens on top. There was a small area separated with a net and they made us get in there. On the other side of the net they had dogs. They use batons to get us in as there was not enough space for all. One of us stood outside, he couldn’t get in on his own but they forced him inside by pushing and hitting. Then they closed the door and drove us to the border gate.When we got out they made us stand in a line again. A new man arrived and started spraying us, he was wearing a different type of uniform with something black and white on it. It was like an army uniform. The rest of them had dark blue uniforms. This spray was different than the first one. It made my eyes hurt. The first one they’d used made me cough and want to vomit. I was coughing a lot. I was in the front of the line when they started spraying us.They asked why we tried to cross the border. They made a video of me. I was told to read aloud a statement that was on a hook on the border gate while they filmed me. After I finished reading, one of the policemen pushed me to the other side. When we all read the statement they opened the gate and said: “Go!.” We walked back and arrived at the gas station around 21:30.