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“L’Italia era l’ultima speranza”

Chi si occupa di migrazione deve per forza di cose accogliere la complessità insita nel cambiamento.
La migrazione è per sua natura movimento. Noi occidentali, siamo abituati a ritrovare le cose come le abbiamo lasciate, a cercare l’ordine e i canoni che ci hanno insegnato e di fronte alla migrazione ci sentiamo come un pittore che vuole dipingere il deserto, ma le dune non stanno mai ferme e soprattutto, il deserto, è più grande della nostra capacità di inquadrare.

Per chi ha seguito i post dedicati a Velika Kladusa, che raccontavano di una situazione al limite della sopravvivenza, con 1200 migranti di cui 700 in un campo fangoso ed esposto a freddo, pioggia, fame ed altre 80/100 persone affamate e “riparate”, se così si può dire, dentro un hangar di ferro; possiamo raccontare che dopo il nubifragio, che ha spazzato via ogni traccia di dignità, lasciando bambini, donne e uomini tra fango e spazzatura, si sono attivati due percorsi di aiuto paralleli.

Da una parte i volontari del luogo che hanno costruito nel campo ripari più solidi, avvolgendo le tende in chilometri di plastica e riorganizzando la distribuzione dello spazio in una maniera più funzionale e “sicura”, dall’altra UNHCR e l’OIM si sono attivati per spostare bambini e famiglie presso l’Hotel Sedra a Cazin, a pochi chilometri da Velika Kladusa con vista sullo spettacolare fiume Una. L’evoluzione post nubifragio ha portato sicuramente un miglioramento delle condizioni umane e dei servizi, ora a Velika ci sono pochissimi bambini , le tende tengono la pioggia, la polizia bosniaca ha limitato accesso a quelle azioni di volontariato spontanee che creavano conflitti, OIM provvede al monitoraggio e Medici senza frontiere è presente tre volte alla settimana per monitorare la situazione con continuità. Le associazioni di volontariato continuano nella gestione dei servizi che avevano attivato precedentemente (igiene, vestiario, assistenza infermieristica ma soprattutto relazione). 

I numeri complessivi sono diminuiti, la mattina del 13 agosto si potevano stimare 300 persone di cui 9 bambini al campo e 20 persone all’hangar, inoltre, nella notte tra il 13 e il 14 agosto si sono messe in viaggio 150 persone. Ma attenzione, se questi numeri vi hanno fatto rientrare nell’anima del pittore che vuole inquadrare il deserto, sappiate che nella stessa notte sono arrivate almeno altre 50 persone nuove…

I volontari stanziali, educati e cordiali preferiscono la misura reale del rapporto con chi ha veramente bisogno e evitano interviste e relazioni con volontari occasionali: “I Re Magi con i doni, possono lasciare fuori dalla porta il loro oro e poi sono pregati di andarsene senza sbattere la porta, grazie”. Crediamo si tratti di fame di coerenza, perché prendersi cura ogni giorno dei corpi e degli sguardi di uomini e donne umiliati dalle offese, dalle percosse e dalla instancabile e cronica ingiustizia, non lascia margini per prendersi cura di una relazione “tra pari”. Il confronto non può che essere superficiale. Se le organizzazioni volontarie e umanitarie portassero la forza della rivoluzione e di quello che dovrebbe essere la giustizia umana, sarebbe certo differente.

Ovviamente ci sono delle felici eccezioni. In agosto a Velika Kladusa molti emigrati bosniaci fanno ritorno in patria per sfrecciare con le loro macchine fiammanti targate Germania e Austria. Alcuni fanno visita al campo portando prevalentemente aiuti alle famiglie. Uno di loro si è avvicinato a noi per consegnarci trenta angurie da distribuire equamente tra le persone del campo. Anche questa volta rimaniamo colpiti dall’atteggiamento amico della popolazione locale nei confronti dei migranti così come dall’etica professionale della polizia bosniaca.

Quando siamo arrivati all’hangar, abbiamo incontrato solo una manciata di uomini. L’hangar non viene mai lasciato solo e a turno qualcuno si sacrifica per restare di guardia. Solitamente i maschi, preferiscono camminare, tenere le gambe allenate, andare in su e in giù e sostare all’ombra di un albero. Dovete immaginare però che Velika Kladusa è una cittadina con un solo giardino alberato e che non ha ancora compreso il piacere dell’verde in città. Quindi, nel frattempo, niente ombra. Restare all’hangar è noioso, se arrivano ospiti, sono sempre i benvenuti e le chiacchiere scorrono. Ti mostrano le cicatrici e ti raccontano la loro storia con facilità. Prima raccontano il canovaccio, lo spartito suonato mille volte e poi se hai superato la prova, ti arriva la frase che ti cambia la visione “l’Italia era l’ultima speranza”. Mentre il nostro interlocutore stava pronunciando queste parole, si è avvicinato a noi un ragazzo appena tornato da quello che loro chiamano “The Game” (il pericoloso gioco per cercare di passare il confine croato-bosniaco), è molto scosso, impaurito e ci racconta che i medici hanno appena suturato il suo braccio in seguito a una brutta ferita procuratagli dalla violenza della polizia croata. Una signora bosniaca molto anziana gli si avvicina e gli da una carezza pronunciando un materno: “sei bellissimo”, che sa di sicurezza. Queste piccole scene di normale umanità stridono paradossalmente con tutto quello che ci circonda, ma sono proprio questi piccoli gesti a dare forza a tutti i protagonisti di questo triste spettacolo.

Le notizie sulle forze speciali croate che con l’uso di alta tecnologia rintracciano al confine i migranti e riempiono di botte persino i bambini, sono note. La Croazia nega e rassicura dichiarando che provvederà a controllare la veridicità delle notizie, ma oramai è un gioco svelato senza alcun dubbio. La tecnica è quella di farli avanzare dentro al territorio, in zone in cui i migranti attivano nel cuore quel fiato di sollievo del “siamo passati” per poi circondarli e procedere con un rito di umiliazioni degna del più grande demonio. La prima squadra bastona, ruba, distrugge e fa spogliare soprattutto le donne, la seconda squadra, quella che li deve riportare indietro, nega, dice di non aver visto e di non essere a conoscenza del fatto. A questa seconda squadra il compito di scrivere sulla carta che il “signor x” è entrato illegalmente sul territorio croato. Della Slovenia non si raccolgono molte testimonianze, ma gli operatori di Velika Kladusa dichiarano la sparizione di almeno 2000 persone. 2000 persone che hanno attraversato il confine ma che non sono arrivate su territori Schenghen e che di loro non si ha alcuna traccia.

Nonostate ciò molti riescono a passare, e se hai pagato l’uomo giusto, sei riuscito a passare i confini di Croazia e Slovenia e sei anche entrato in Italia dentro la provincia di Trieste, dove viene riconosciuto il diritto di asilo soprattutto se sei minore, se arrivi da Afganistan, dalla Siria, o se per mano hai dei bambini dovresti essere accolto … ma ora pare di no! Fino a poco più di un mese fa, ci raccontano che, passato il confine Italiano e dichiarato di voler chiedere asilo, potevi iniziare un nuovo viaggio; per pochi l’Italia era intesa come ultima destinazione mentre per molti era l’inizio di un viaggio per il Nord Europa. Ora le cose sembrano cambiate, ora ci dicono che anche la polizia Italiana li rimanda indietro.


Sul come li prende, e come li rimanda indietro non scriveremo neanche una parola, perché le informazioni per essere tali, devono prima essere numerose e devono incrociarsi fra loro, si deve fare la “prova del nove” più volte, anche se si tratta di vite umane, è indubbio però che una parte di loro venga rimandata indietro, anche se si tratta di aventi diritto. Questo è evidente quanto tutto il resto.

Grazie alle offerte raccolte per la Bosnia durante la rassegna “Vento d’Estate” del Circolo Arci Miskappa, abbiamo comprato e consegnato ai volontari del posto: trenta paia di scarpe, power bank, pannolini, latte in polvere per neonati, scope, pale da scavo e guanti da lavoro.

Torneremo presto in Bosnia, uno Stato ai confini dell’ “Europa” che non può essere assolutamente lasciato da solo.